Unione Bancaria, Eurozona cerca l’intesa

Pubblicato il 10 dicembre 2013 da redazione

BRUXELLES  – L’Europa mette alla prova la sua unità con l’Unione bancaria, uno dei dossier più ambiziosi da chiudere entro l’anno almeno con un accordo politico, e fervono le trattative tra i ministri dell’Economia chiamati a chiudere la questione all’Ecofin odierno.

Nonostante la forte volontà di raggiungere un’intesa, come dimostra la riunione straordinaria dopo l’Eurogruppo tra Italia, Francia, Spagna, Germania e Olanda, le posizioni sono ancora distanti e resta in piedi l’ipotesi di un Ecofin straordinario prima del vertice europeo del 19-20 dicembre, per chiudere il dossier e consegnarlo ai leader Ue per il sigillo finale.

UNIONE BANCARIA, SECONDA TAPPA. Dopo aver messo il primo pilastro dell’Unione bancaria, cioè la supervisione unica targata Bce, i ministri dell’Economia della zona euro (e quelli che aderiranno all’Unione bancaria) stanno disegnando la seconda fase cioè il ‘meccanismo unico di fallimento ordinato delle banche’. Il meccanismo è necessario perché quando la Bce troverà un istituto in sofferenza, dovrà passare l’allarme ad un organismo in grado di prendere decisioni sul suo destino. Cioè ricapitalizzarlo o, nel peggiore dei casi, chiuderlo. Ma sui dettagli del default ordinato gli Stati sono ancora divisi.

CHI PREME IL GRILLETTO. La Commissione Ue si era proposta come l’authority che ha il potere di ‘premere il grilletto’ del default, ma la Germania si oppone perché vuole un organismo che lasci l’ultima parola ai governi nazionali. Affidare il potere di far fallire una banca ad una nuova autorità (oggi sono le autorità nazionali che decidono) comporta una notevole cessione di sovranità che non molti sono disposti ad accettare.

CHI PAGA IL DEFAULT. Gli Stati sono ancora divisi anche su chi debba intervenire quando una banca non ha i fondi per coprire le perdite. La direttiva per la risoluzione delle banche (BRRD), passo intermedio tra la prima e la seconda tappa dell’Unione bancaria e ancora in discussione al Parlamento Ue, stabilisce una precisa ‘gerarchia delle perdite’ (il cosiddetto ‘bail-in’): in caso di default le banche devono cercare capitali prima sul mercato, poi distribuiscono perdite su obbligazionisti, azionisti e infine sui depositi sopra i 100mila euro. Ma quando anche questo non fosse sufficiente a coprire le necessità di capitale, dovrebbero intervenire altri strumenti: la Commissione vuole la creazione di un ‘fondo unico di risoluzione’, alimentato dalle stesse banche, che però impiegherà almeno 15 anni per andare a regime.

Nel frattempo bisogna capire dove attingere: per la Germania si deve guardare ancora ai fondi nazionali, magari coordinati, per la Francia si devono mettere insieme i fondi nazionali più quelli della ‘garanzia dei depositi’, cioè l’altro dossier aperto su cui lavorano i ministri. In origine la garanzia dei depositi era un meccanismo pensato per proteggere i risparmiatori dai danni delle banche ‘irresponsabili’, ma oggi potrebbe diventare una delle ‘riserve’ cui attingere in caso di necessità. L’obiettivo è fare di tutto per evitare che siano di nuovo gli stati a salvare le banche: per questo i ‘backstop nazionali’, cioè i paracadute degli Stati, sono presi in considerazione ma solo in ultima analisi e solo quando è a rischio la stabilità finanziaria del Paese

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