Accordo sul budget, fine di una crisi lunga tre anni

NEW YORK – A Washington si chiude una crisi lunga tre anni. Grazie alla tregua tra repubblicani e democratici, Camera e Senato hanno raggiunto l’intesa sul bilancio: quell’intesa tante volte saltata e costata molto cara all’America, che nel mese di ottobre si é dovuta arrendere alla parziale chiusura del governo federale (il cosiddetto ‘shutdown’) per mancanza di fondi. Per non parlare del rischio default che ha portato la prima economia mondiale sull’orlo del baratro. Ora i due rami del Congresso – il Senato a maggioranza democratica e la Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana – hanno deciso di imprimere una svolta e di lanciare un segnale ai cittadini Usa, stanchi della situazione di stallo politico e delle sue conseguenze sull’economia reale. Lo hanno fatto con un’intesa siglata nella tarda serata di martedí, e che prevede un pacchetto di misure da 85 miliardi di dollari che pongono fine al cosiddetto ‘sequester’, i tagli automatici ed orizzontali previsti dalla legge in mancanza di un accordo sul bilancio.

I mercati non sembrano brindare. Anzi, Wall Street mette a segno una delle peggiori sedute degli ultimi tempi. Grande é invece la soddisfazione del presidente Barack Obama, che ha appreso la notizia mentre era in volo sull’Air Force One di ritorno dal Sudafrica.

In una nota diffusa dalla Casa Bianca si sottolinea come ”l’accordo bipartisan rappresenta un primo passo positivo” perché gli Stati Uniti si dotino finalmente di un bilancio piú equilibrato.

– L’intesa non contiene tutto quello che io avrei voluto – ammette il presidente – e sono convinto che é cosí anche per i repubblicani. Ma questa é la natura del compromesso. E questo é il modo in cui gli americani vogliono lavori il Congresso.

I sondaggi peró continuano a mostrare un Obama in caduta libera sul fronte della popolaritá: più della metà degli americani (il 54%) – secondo l’ultima rilevazione di Nbc e Wsj – continua a disapprovare l’operato del presidente, anche se l’indice di gradimento generale torna a salire leggermente al 43%.

I passaggi più significativi della nuova finanziaria riguardano l’aumento delle spese del Pentagono e delle agenzie federali nei prossimi due anni. Aumenti che saranno coperti con 63 miliardi di dollari che proverranno in parte da un aumento delle tasse sui biglietti aerei (da 2,50 dollari a 5,60 dollari a volo). E’ questa la norma più contestata, anche se i fondi andranno per rafforzare la sicurezza degli aeroporti, nazionalizzata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Gli altri risparmi si otterranno prevalentemente con tagli alle pensioni dei dipendenti federali e dei militari, e con un aumento dei premi per le assicurazioni federali. L’accordo non comprende l’estensione dei benefici per la disoccupazione di lunga durata fortemente voluta dai democratici e chiesta da Obama. Una lacuna che rischia di lasciare senza un dollaro ben un milione di disoccupati alla fine dell’anno. A meno che non si raggiunga – come ha auspicato il presidente – una nuova intesa nei prossimi giorni.

L’intesa viene definita dai principali giornali come ‘modesta’ nei suoi contenuti. Ma e’ un coro unanime quello che parla comunque di svolta. Si è di fronte a un ”cessate il fuoco” dopo una battaglia senza esclusione di colpi che ha paralizzato la politica di Washington a partire dal 2011, e che ora da’ ai membri del Congresso maggiori margini di manovra per affrontare le due questioni davvero cruciali rimaste in sospeso: quella della riduzione del debito pubblico e quella della riforma fiscale.

Ultima annotazione. A tornare sotto le luci della ribalta è in particolare il repubblicano Paul Ryan, ex candidato alla vicepresidenza e attuale presidente della Commissione Bilancio della Camera. E’ lui il padre del compromesso messo a punto con la senatrice democratica Patty Murray. E il risultato raggiunto lo potrebbe rilanciare per la futura corsa alla Casa Bianca, dopo il rovinoso capitombolo delle presidenziali del 2012 come vice di Mitt Romney.