Addio Joan Fontaine, la gran lady di Hollywood

Pubblicato il 16 dicembre 2013 da redazione

ROMA  – Nel suo vero nome – Joan de Beauvoir de Havilland – il destino aveva riassunto l’arco di tutta la vita personale e professionale di Joan Fontaine, spentasi nella sua villa in California, a 96 anni.

– Rispetto a mia sorella maggiore Olivia – disse una volta – mi sono sposata per prima, ho vinto l’Oscar per prima, certo se mi toccasse di morire per prima avrei la soddisfazione di vederla livida di rabbia.

In effetti, la vita di Joan Fontaine all’ombra di una delle due star di ‘Via col vento’ non fu mai facile, come del resto testimoniano una carriera concentrata nella bruciante luminosità di appena due decenni e una vita privata scandita da quattro matrimoni e altrettanti divorzi.

Figlia di un avvocato inglese e di un’attrice (Lilian Ruse Fontaine) a cui rubò il nome d’arte, la bionda Joan era nata a Tokyo il 27 ottobre 1917, ma fin dalla primissima età aveva vissuto con la madre a Saratoga, in California, ritrovando il padre in Giappone solo nella tarda adolescenza. Con il tirannico mito della madre e l’ossessiva competizione della sorella, Joan deve fare i conti fin da quando muove i primi passi sul palcoscenico (a Broadway) e sullo schermo (a Hollywood).

Allieva di Max Reinhardt, ha la fortuna di finire sotto contratto per la Rko già nel 1935, dopo un film di George Stevens amato solo dagli storici del cinema: ‘La magnifica avventura’. Nei cinque anni di contratto interpreta una dozzina di titoli, tra i quali anche ‘Gunga Din’ e ‘Donne’, entrambi nel ’39, ma di fatto non sfonda e rischia la cacciata dagli studios.

La sua fortuna è di cenare una sera con David O’Selznick, che ben conosce sua sorella ma si fa stregare dalla prima parte del cognome di Joan, perchè proprio in quei giorni sta leggendo il copione di ‘Rebecca la prima moglie’, scritto da Simone de Beauvoir. Accade così che proponga a Joan un incontro con Alfred Hitchcock, e che questi appena sbarcato in America venga folgorato dall’elegante, aristocratica, biondissima lady inglese trapiantata come lui Oltreoceano.

Il successo di ‘Rebecca’ le fa sfiorare l’Oscar, che avrà un anno più tardi (1942) per ‘Il sospetto’, unico film di Hitchcock ad essere premiato nella storia dell’Academy. Nella rosa delle attrici finaliste, quell’anno, c’è anche Olivia de Havilland, con ‘La porta d’oro’, ma le due sorelle praticamente non si parlano per tutta la sera e il malanimo rimarrà così profondo che alla morte della madre (nel ’75) interromperanno per sempre ogni comunicazione.

Gli anni ’40 di Joan Fontaine sono ricchi di titoli importanti, come una versione di ‘Jane Eyre’ firmata da Robert Stevenson nel 1943 (‘La porta perduta’) o il trittico di pellicole interpretate in uno straordinario 1948. In quell’anno Joan Fontaine diventa la musa di Max Ophuls per ‘Lettera da uno sconosciuto’, balla per Billy Wilder ne ‘Il valzer dell’imperatore’, si riscopre dark lady in ‘Per te ho ucciso’ di Norman Foster. Sono gli anni in cui Joan Fontaine è cercata dai registi più grandi, da William Dieterle a Nick Ray, e in cui finisce perfino sul travagliatissimo set di ‘Otello’, in cui – vuole la leggenda – si farà anche riprendere di spalle al posto della vera Desdemona, Suzanne Cloutier.

Negli anni ’50 il matrimonio tra qualità e successo rimane pressochè inalterato con titoli come ‘Ivanhoe’ di Richard Thorpe (1952), ‘La grande nebbia’ in cui la dirige Ida Lupino (1953), ‘L’alibi era perfetto’ di Fritz Lang (1956), ‘Quattro donne aspettano’ di Robert Wise (1957). Ma la gloria così come era arrivata, si sarebbe spenta troppo in fretta. Dopo l’insuccesso di ‘Tenera è la notte’ diretto da Henry King nel 1962, sul tavolo di Joan Fontaine le proposte si diradano. Tenta la via della tv (aiutata ancora una volta da Hitchcock), prova a prodursi da sola ma di fatto dalla metà del decennio si ritira dal grande schermo.

In tv tornerà sporadicamente fino alla metà degli anni ’80 ma la sua ultima apparizione regale avverrà nel 1982, quando il Festival di Berlino la chiama per presiedere la giuria. Da allora, soprattutto malinconia, dolore e rimpianto come ben si legge nella sua autobiografia ‘Non è un letto di rose’.

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