Lampedusa, rimossi i dirigenti del centro dopo video shock

Pubblicato il 18 dicembre 2013 da redazione

PALERMO – A inizio d’autunno gli occhi del mondo si erano posati sulle 366 bare dei morti nel naufragio del 3 ottobre davanti all’Isola dei Conigli; a fine autunno gli occhi del mondo non esprimono più dolore e commozione ma rabbia e sdegno per le immagini riprese nel centro d’accoglienza di Lampedusa. Il video – che ha fatto il giro del web dopo che due giorni fa è stato trasmesso dal Tg2 – riprende gruppi di migranti nudi e all’aperto, mentre un operatore spruzza addosso loro un farmaco contro la scabbia.

Il video è stato girato da un avvocato siriano, Khalid, ospite del centro, con il proprio telefonino, secondo quanto afferma Valerio Cataldi, giornalista autore del servizio. Immagini da lager, aveva detto  il sindaco dell’isola Giusi Nicolini, che ieri ha chiesto il radicale cambiamento delle politiche di accoglienza in Italia e la revisione della Bossi-Fini.

– Saranno oscene – sottolinea – le docce disinfettanti, ma sono altrettanto oscene le condizioni del centro d’accoglienza.

La procura di Agrigento ha chiesto di acquisire il filmato, trasmesso l’altra sera integralmente dal Tg2, ed ha aperto un’inchiesta che attualmente non vede indagati ipotizzando i reati di violenza privata e maltrattamenti nei confronti di persone sottoposte a cura e custodia. Tutto questo in coincidenza con la Giornata mondiale dei diritti dei migranti e dei profughi.

Solo contro tutti Cono Galipò, 62 anni, amministratore delegato della coop Lampedusa accoglienza – che dal 2007 gestisce il Cspa di contrada Imbriacola – difende l’attività dei 50 operatori del centro e dice che non tutto è come sembra e parla di una “messinscena dei migranti”. Ma la Legacoop Sicilia ha dato indicazione ai soci di ‘Lampedusa Accoglienza’ “di rimuovere e rinnovare il management attuale e di avviare immediatamente una migliore organizzazione con altre professionalità”. Ed ha promosso l’istituzione di una commissione d’indagine conoscitiva affidandone la responsabilità a LegacoopSociali, per verificare quanto accaduto nel centro di accoglienza”.

Intanto Galipò ha inviato una relazione alla Prefettura, dove “spieghiamo in modo dettagliato qual è il protocollo seguito”.

– Sono stati gli stessi profughi – aggiunge – a denudarsi perché stanchi delle lunghe procedure connesse al trattamento sanitario.

Poi ammette “alcune criticità, ma legate alla situazione della struttura”, per metà inagibile dopo l’incendio del settembre 2011.

– Quando abbiamo preso in gestione il Centro – aggiunge – la stampa lo ha definito ‘un albergo a quattro stelle’, oggi ci accusano del contrario; ma di sicuro non è un lager.

Intanto, il giornalista Cataldi, si chiede “cosa succederà a Khalid che ora rischia rappresaglie”.

– Lo hanno tenuto chiuso nel posto di polizia del centro di accoglienza per un paio d’ore dopo che il video della disinfestazione è andato in onda – denuncia -. Per garantire la sua incolumità. Fuori c’erano degli energumeni a minacciarlo.

– 007AMa la rappresaglia era già scattata dalla mattina: ‘niente sigarette, niente acqua, niente cibo. Niente di niente’ – dice Khalid.

I migranti a Bari:  “Qui non è Lampedusa ma ci sia rispetto”
L’hanno sognata a lungo fino a quando non hanno trovato il coraggio di “affrontare anche la morte” per raggiungerla, ma una volta arrivati in quella che sarebbe stata la “terra promessa”, sono stati ”traditi”. E’ così che si sentono i migranti ospiti del Centro accoglienza e richiedenti asilo di Bari, che ieri hanno incontrato la segretaria nazionale della Cgil, Susanna Camusso. A lei hanno raccontato le loro storie e hanno chiesto aiuto per la tutela “dei loro diritti” e “tempi rapidi per il riconoscimento dell’asilo politico”.

Non è infatti nel perimetro del Cara che i migranti circoscrivono le loro rivendicazioni, nonostante la struttura ospiti 1.400 persone a fronte di una capienza di circa 800:

– Qui non è Lampedusa – raccontano – perché abbiamo tutto, dal cibo buono alle cure mediche; dormiamo bene e siamo trattati con affetto.

Ma una “gabbia”, seppur dorata e senza sbarre, non è mai come “la libertà”, ripetono. Soprattutto se si è costretti a starci dentro “troppo a lungo”. Per questo i migranti hanno rivolto a Camusso un appello affinché la Commissione territoriale “acceleri i tempi per l’esame delle richieste di asilo”.

I “ritardi” e i ripetuti “dinieghi”, hanno detto, “creano turbamenti psicologici che poi sfociano in episodi di violenza”. Come la sassaiola che due giorni fa ha visto protagonisti una trentina di ospiti del Cara di Bari dove le forze dell’ordine sono dovute intervenire per fermare la protesta.

– Di questo vi chiediamo perdono – dice Joseph, venuto dalla Libia – ma aspettare anche un anno per poi sentirsi dire che non hai diritto all’asilo non è giusto e rischia di farti perdere la testa.

– Dateci almeno il permesso di soggiorno di un anno – ha chiesto Maschat del Paskistan.

C’è chi invece ha provato a portarla con sè la famiglia, come Laila, dal Senegal:

– Ho attraversato – ha raccontato la donna – il deserto del Sudan con le mie due figlie che non ce l’hanno fatta, sono morte: ora che sono qui. Però mi vengono negati tutti i miei diritti.

Laila si domanda:

– Cosa pensa la gente di noi? Che idea ha? Mi chiedo anche quando non saremo più in questa struttura cosa ne sarà di noi? Quello che chiedo – ha concluso – è che le donne italiane ci aiutino a ritrovare la dignità che ogni donna nel mondo dovrebbe avere.

– Faccio parte anch’io di quella Commissione; le Commissioni sono due – ha precisato il viceprefetto di Bari, Maria Filomena Dabbicco – e lavorano contemporaneamente, ogni giorno, dalle otto e mezza alle 21.30.

Dopo aver ascoltato le testimonianze, Camusso ha sottolineato che “si tratta di storie diverse con un’unica conclusione: i migranti vogliono risposte in fretta alla loro richiesta di avere documenti, una prospettiva di vita”.

– E la Cgil – ha ssicurato – si impegnerà per portare avanti queste istanze, perché il primo dovere di un Paese civile è l’accoglienza. Invece in Italia esiste un sistema che “impedisce di dare risposte adeguate e che porta a episodi assolutamente inquietanti come quelli di Lampedusa.

 

Marina militare soccorre 98 migranti

Sono 98, i migranti provenienti da Mali, Gambia, Ghana, Senegal, Costa d’Avorio e Guinea Bissau, a bordo di un gommone avvistato ieri mattina, intorno alle 11, a sud di Lampedusa. Grazie alle immagini inviate dall’elicottero di Nave San Marco, si è potuto verificare le precarie condizioni di galleggiabilità del natante, sovraffollato e privo di dotazioni di sicurezza.

Il comandante del 29/o Gruppo Navale, contrammiraglio Mario Culcasi, ha quindi ordinato a Nave San Marco di dirigere verso l’imbarcazione in difficoltà. Raggiunto il natante, sono iniziate le operazioni di recupero con 2 gommoni veloci fuoribordo ed un mezzo da sbarco in uso alla Brigata Marina San Marco. Sono stati subito distribuiti i giubbotti di salvataggio prima di iniziare le operazioni di trasbordo sulla nave anfibia della Marina Militare.

I migranti, spiega la Marina, “non presentano casi sanitari di particolare rilevanza”: saranno trasferiti a bordo di Nave Sfinge e trasportati verso il porto di Pozzallo.

 

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