Tessile: Asia delocalizza in Usa contro caro-costi

NEW YORK. – Per anni terra promessa delle aziende tessili di tutto il mondo, incluse le italiane, che volevano approfittare dei bassi costi del lavoro, l’Asia e soprattutto la Cina sono ora diventate troppo care. E le stesse società cinesi e indiane scappano, ‘delocalizzando’ negli Stati Uniti. Una fuga per far fronte ai crescenti costi del lavoro ed energetici che sembra spingere un trend nuovo e inatteso. Nel 2003 produrre un chilogrammo di filato negli Stati Uniti costava 2,86 dollari a fronte dei 2,76 dollari in Cina. Nel 2010 il costo di produzione al chilogrammo è aumentato a 3,45 dollari negli Stati Uniti ma è balzato a 4,13 dollari in Cina. E anche se – ammettono le aziende asiatiche che stanno investendo negli Stati Uniti – i costi del lavoro negli Usa sono ancora superiori, il gap con la Cina si sta riducendo e il divario è compensato da altri risparmi, come le migliori strutture di trasporto, la possibilità di ottenere prestiti più facili e meno costosi con i tassi di interesse ai minimi e la possibilità di aggirare i dazi doganali. E a questo si aggiungo gli sgravi fiscali concessi da molti stati americani, soprattutto quelli del sud est che offrono condizioni che alcuni definiscono difficili da resistere. L’elenco delle società tessili asiatiche che stanno investendo negli Stati Uniti è lungo. La cinese Keer Group ha investito 128 milioni di dollari per una fabbrica in North Carolina e ha creato il proprio quartier generale in South Carolina, vicino al porto di Charleston e questo offre dei vantaggi a livello di trasporti. La decisione di investire è stata dettata dal boom dei prezzi terrieri in Cina, che rendono l’espansione difficile, ma anche dal fatto che ormai l’industria tessile cinese e’ in uno stato di sovracapacità e riduce i margini di guadagno. L’indiana ShriVallabh Pittie Group ha investito 70 milioni di dollari in Georgia, con l’obiettivo di esportare la produzione in sud America e poi poterla far rientrare negli Stati Uniti senza pagare i dazi. L’altra cinese Jn Fibers ha investito 45 milioni in South Carolina. 

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