Cogoni: “E’ la comunicazione la difficoltà principale”

Pubblicato il 29 dicembre 2013 da redazione

AMSTERDAM – “La difficoltà principale? Senza dubbio la lingua”. Diretto, schietto, spontaneo. Non usa giri di parole, va subito al grano. Incontriamo Antonio Cogoni, promotore sociale ed esponente del Patronato Acli in questa capitale, nei pressi del Consolato Generale d’Italia ad Amsterdam. Ce lo aveva raccomandato la collega Marika Viano, che da anni vive e lavora in Olanda.

– Pochi come lui – ci aveva commentato – conoscono la realtà degli italiani residenti nel Paese.

E sono bastate poche battute per capire che, in effetti, Viano non aveva torto. Dopo la presentazione di rito, la domanda a bruciapelo:

– Quali sono le difficoltà dell’emigrazione più anziana; quella di prima generazione?

E altrettanto a bruciapelo è giunta la risposta:

– La lingua…

Poi, dopo una breve pausa, ci spiega:

– Chi è arrivato tanti anni fa, con le valigie di cartone, aveva sì e no il diploma di quinta elementare. I più fortunati vantavano la prima o la seconda media. Era gente umile: operai, contadini, artigiani. L’olandese non l’hanno mai imparato. Non erano come i ragazzi di oggi che partono conoscendo già l’inglese. Arrivavano senza titoli di studio, senza professionalità; a volte con un contratto. Hanno dovuto accettare qualunque tipo di lavoro; insomma, quel che era loro offerto. Ed erano per lo più lavori umili e mal retribuiti.

– Perché non hanno imparato la lingua, pur vivendo per anni nel Paese?

Abbozza un sorriso e spiega:

– I motivi sono vari. Quando arrivi con un contratto di lavoro, cosa pensi? Beh, resto qualche anno, due… forse tre; faccio un po’ di soldi e poi torno in Italia. E’ quello che pensano un po’ tutti. Poi la realtà è un’altra: gli anni passano, si resta nel Paese e la lingua, comunque, non l’impari. E poi – continua Cogoni col suo racconto – c’è il fenomeno della ghettizzazione.

Sì, sempre quello. Ci si ritrova nei bar; si cerca chi parla la lingua comune, magari i corregionali, o gli amici del Paese. E se non hai un giornale, non importa se quotidiano, settimanale o mensile che insiste sulla necessità di integrarsi, di essere parte del Paese in cui si vive, che ti da voce e difende i tuoi diritti, si perde il contatto con la realtà. Insomma, ci si isola. Si crea un mondo a parte, un mondo proprio: un ghetto, appunto.

– Gli italiani – prosegue Cognoni – invece di frequentare gli olandesi, si ritrovavano tra loro…

– Un fenomeno comune – facciamo notare.

– Sì, forse.. – ammette per poi proseguire:

– Gli italiani sono stati i primi emigranti, i primi stranieri a venire in Olanda. Era gente umile ma piena di energia, di fantasia e di allegria. E questo piaceva agli olandesi. La nostra comunità è sempre stata molto apprezzata. Dopo gli italiani, sono arrivati gli spagnoli. Ed è nata la rivalità tra Collettività. Così è stato fino a fine anni ’70 e inizio ’80. Poi c’è stata l’apertura delle frontiere. E sono venuti emigranti da ogni parte del mondo. Ora c’è  l’emigrazione dai Paesi dell’Est. Questa, in particolare, non piace agli olandesi. Dicono che viene solo a chiedere l’elemosina…

Ma torniamo ai nostri primi emigranti, ai pionieri.

– E’ la mentalità che non cambia – ci dice Cogoni -. La maggior parte parla ancora in dialetto e gli stessi figli fanno fatica a capirli. Il padre vuole comunicare con loro ma non ci riesce, fa fatica. C’è la barriera della lingua…

Racconta che un “nostro anziano quando viene ricoverato in ospedale non riesce a spiegare al medico quali sono i sintomi della malattia, cosa sente, cosa ha… e neanche il medico, sia esso un cardiologo o un chirurgo, riesce a spiegare a quale operazione verrà sottoposto”.

– Se poi un’operazione ha complicazioni – aggiunge – allora la colpa è del connazionale. Da qui l’importanza dell’interprete, di una persona che si preoccupi di aiutarlo a spiegarsi bene.

Si lamenta della mancanza di personale in Consolato ma, anche, dell’indifferenza di alcuni funzionari.

– Non c’è collaborazione – sostiene -. Io sono membro del Comites, faccio parte delle Acli, aiuto in quel che posso. Inoltre, sono traduttore del Comune di Amsterdam. Sono volontario e mi chiamano spesso dall’assistenza sociale.

– Ma lei, in realtà, a cosa si dedica?

– Sono un pensionato – risponde secco -. Ho lavorato all’Ibm per 30 anni. E ora mi dedico al volontariato. Ultimamente, il Comune di Amsterdam riconosce il mio lavoro.

Per concludere, non mancano critiche al Comites, di cui è membro:

– Molte volte – spiega – alle riunioni del Comites partecipano il Console Generale o l’Ambasciatore. Si parla dei problemi della comunità e, spesso, si affronta quello dei nostri anziani. Si parla, si parla, si parla… I problemi li conosciamo tutti ma non si approfondiscono, non si cercano soluzioni. Io, invece, cerco di essere in prima linea. Le persone, i connazionali, non hanno bisogno di chiacchiere ma di fatti… vogliono i fatti… vogliono essere aiutati, assistiti.  Vogliono che gli si portino le medicine, se ne hanno bisogno e non possono muoversi; vogliono assistenza, se fanno fatica a camminare; vogliono qualcuno che li aiuti a spiegarsi se sono ricoverati in Ospedale; se hanno bisogno di un documento in Consolato, e non possono recarvisi per problemi di salute, vogliono una soluzione. Ecco… questo è ciò che vogliono i nostri anziani, assistenza… aiuto… solidarietà.

Mauro Bafile

 

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