Argentina: Fine anno sotto il segno del malcontento

BUENOS AIRES. – L’Argentina chiude il 2013 sotto il segno del malcontento, ancora scossa da una rivolta della polizia che ha causato più di 12 morti. Chiude l’anno con un governo che sembra non essersi ripreso dalla sconfitta delle elezioni di ottobre – e con la presidente, Cristina Fernandez de Kirchner, quasi sparita dalla scena politica -. Si moltiplicano inoltre le accuse di corruzione al più alto livello e le prospettive economiche sono preoccupanti per l’anno prossimo. In una Buenos Aires semi deserta e colpita dalla peggiore ondata di caldo degli ultimi 13 anni, l’odore acre dei pneumatici bruciati dai residenti all’angolo di decine di strade – in protesta per i blackout che durano da due circa settimane – sembra incarnare un malcontento cresciuto costantemente durante almeno gli ultimi sei mesi. I trionfi sbandierati del cosiddetto “decennio conquistato” – come la presidenta ha battezzato l’era aperta dall’elezione alla presidenza di suo marito, Nestor Kirchner – sono apertamente messi in forse da analisti e oppositori, e perfino fra i supporter del “governo nazionale e popolare” comincia a diffondersi un certo malessere. Il bilancio di 10 anni di politiche di inclusione sociale, ad esempio, è stato duramente criticato da un rapporto dell’ Università Cattolica, secondo il quale il 25% della popolazione argentina – oltre 10 milioni di persone – vive al di sotto della soglia di povertà. Il governo ha contestato con veemenza le cifre, basandosi sulle statistiche dell’istituto ufficiale, l’Indec, che nessun osservatore obbiettivo prende però ormai sul serio. Secondo l’Indec, ad esempio, l’inflazione raggiunge al massimo il 10%, ma nella realtà dei fatti – come dimostrano le trattative con il sindacato per i contratti collettivi – è probabile che abbia superato il 25% nel 2013. Il governo ha avviato diversi meccanismi di controllo dei prezzi, l’ultimo solo una settimana fa, ma senza alcun effetto visibile per il consumatore medio. Ai problemi macroeconomici si aggiungono quelli delle infrastrutture: la “rivoluzione ferroviaria” proclamata dal governo non è mai decollata dopo la tragedia dell’incidente nella stazione di Once, nel cuore di Buenos Aires – 51 morti nel febbraio del 2012, e nessun responsabile identificato -. Lo conferma la catena inarrestabile dei blackout di questi giorni. Perfino la bandiera della difesa dei diritti umani, esibita con orgoglio dai sostenitori della Kirchner, pare ormai macchiata dai dubbi: la nomina a capo dell’esercito di Cesar Milani, accusato di crimini contro l’umanità durante la dittatura (1976-83) ha portato a una dolorosa spaccatura perfino all’interno delle Madri di Plaza de Mayo, simbolo della politica di “memoria e giustizia”. Come se questo non bastasse, le accuse di corruzione contro Cristina Fernandez e il suo vicepresidente, Amado Boudou, si sono moltiplicate durante il 2013. Gli argentini hanno scoperto attoniti la carriera di Lazaro Baez – un ex oscuro impiegato bancario della Patagonia, legato ai Kirchner, diventato miliardario in pochi anni grazie a una pioggia di contratti pubblici – nonché i dettagli della presunta manovra illegale con la quale Boudou si sarebbe impossessato dell’unica azienda del paese che stampa banconote.

(Javier Fernandez/ANSA)

Condividi: