Tangenti sulla ricostruzione dell’Aquila, 4 arresti

L’AQUILA  – Mentre la città ancora piangeva le 309 vittime e la distruzione di un intero territorio, e soffriva nelle tendopoli e nei vari posti dove in migliaia erano sfollati, alcuni amministratori del Comune dell’Aquila, tra cui l’attuale vice sindaco, Roberto Riga (Api), all’epoca assessore all’urbanistica, creavano “un sistema ben radicato di tangenti in cambio dell’aggiudicazione degli appalti per la messa in sicurezza di palazzi danneggiati”, attraverso soldi in contanti, contratti di consulenza fittizi con società nate ad hoc, e persino casette in legno ancora non installate e poi rivendute con un incasso di 200 mila euro.

Coinvolge il Comune dell’Aquila la nuova bufera giudiziaria sulla ricostruzione post terremoto, che questa volta vede come nucleo centrale un gruppo di aquilani influenti che comunque hanno vissuto il terremoto del 6 aprile 2009, oltre a imprenditori, faccendieri e funzionari pubblici. E proprio per questo in una città ancora in ginocchio per una ricostruzione che non è ancora decollata, ha provocato sentimenti di indignazione e turbamento.

Quattro persone sono finite agli arresti domiciliari e altre quattro sono state denunciate a piede libero nell’ambito dell’inchiesta denominata “Do ut des”, coordinata dalla procura dell’Aquila, scattata nelle prime ore del mattino da parte di 40 agenti della Polizia di Stato. Accanto a Riga, che è indagato a piede libero, agli arresti nelle proprie abitazioni sono invece finiti l’allora consigliere di opposizione Pierluigi Tancredi (Pdl), che per un tempo molto breve aveva avuto dal sindaco la delega alla ricostruzione, e l’allora assessore alla ricostruzione dei beni culturali Vladimiro Placidi, entrato in Giunta come tecnico in quanto direttore del consorzio beni culturali. Ai domiciliari anche Daniela Sibilla, 38, già collaboratrice di Tancredi, e Pasqualino Macera, 56, all’epoca funzionario responsabile Centro-Italia della Mercatone Uno Spa.

Cinquecentomila euro l’entità delle tangenti contestate, mentre è stata accertata un’ appropriazione indebita di un milione 268 mila euro, relativa al pagamento di alcuni lavori. I reati, secondo l’accusa, sono stati commessi nel capoluogo nel periodo da settembre 2009, pochi mesi dopo il devastante sisma, a luglio 2011, con le indagini che sono cominciate nel novembre del 2012. Gli otto indagati, a vario titolo, devono rispondere di millantato credito, corruzione, falsità materiale e ideologica e appropriazione indebita.

Al centro dell’indagine una impresa veneta, la Steda Spa, dell’imprenditore Daniele Lago (indagato) che, come sottolineato dal Gip del tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, nella sua copiosa ordinanza, “intendeva procacciare in modo illegale commesse per l’azienda, dall’alto”, puntando sulle “condotte di amministratori pubblici aquilani e di loro sodali che hanno approfittato della situazione emergenziale per porre in essere condotte corruttive”.

Il capo della squadra mobile della questura dell’Aquila, Maurilio Grasso, ha sottolineato che “le indagini hanno dimostrato il giro di soldi, le tangenti, cosa non facile”, precisando però che non si tratta di una indagine sul Comune “ma su persone che ruotano intorno al Comune”. A Villa Gioia, sede del Municipio, l’aria si è fatta subito pesante e la tensione era palpabile: il vice sindaco Riga, presentatosi ad una conferenza stampa insieme al sindaco, Massimo Cialente, ha rassegnato le dimissioni.

– Mi tiro da parte perché vorrei lasciare tranquilla l’amministrazione comunale, il sindaco e la Giunta senza avere dubbi sulla propria attività – ha spiegato l’amministratore al quale viene addebitata una tangente di 30mila euro per favorire la Steda negli appalti, ma che si è professato innocente.

Il sindaco dell’Aquila ha riunito d’urgenza la Giunta comunale “per cercare di capire, analizzare fatti e assumere le decisioni conseguenti”.

Sotto il municipio ieri gli aquilani hanno dato vita a un sit-in di protesta, anche contro lo stesso sindaco.

Sindaco Cialente: “Mi sento tradito”
Si sente ‘tradito’ e vuole che la magistratura faccia piena luce sulla vicenda per evitare che una “qualsiasi ombra” getti “discredito sull’immagine di una città che deve essere ricostruita”: è il pensiero fisso del sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, quello di vedere rinascere la sua città, anche nel giorno dell’operazione ‘Do ut des’ su presunte tangenti per la ricostruzione post terremoto, che ha portato tra l’altro alle dimissioni del suo vicesindaco, Roberto Riga (Api), perché indagato.

– Sono 1.500 giorni che lavoro 12-13 ore al giorno – ha commentato Cialente – non posso rimproverarmi nulla, ribadisco che mi sento tradito, mi sono raccomandato correttezza e trasparenza, abbiamo gli occhi del mondo addosso e bisogna stare attenti anche a prendere un caffè.

È intuibile la delusione di Cialente per un’inchiesta che rischia di inficiare la ricostruzione, per la quale il sindaco si è esposto più volte in prima persona, spingendosi perfino a sfidare il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il 6 maggio del 2013, di fronte alla promessa non mantenuta dal Governo sull’arrivo dei fondi, il sindaco aquilano riconsegnò la fascia tricolore dopo averla inviata alla portineria del Quirinale e ordinò ai suoi dipendenti di togliere la bandiera italiana da ogni sede comunale.

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