Dalle riforme al ‘job act’: il decisionismo di Renzi agita il Pd

ROMA – Il dialogo con Forza Italia sulla legge elettorale, la messa a punto ‘in solitaria’ della bozza del jobs act ma anche il (per ora) mancato incontro con il premier Enrico Letta. Il decisionismo di Matteo Renzi, forte dell’investitura popolare ricevuta alle primarie, agita le acque nel Pd.

– Sarebbe davvero il massimo – ironizza Beppe Fioroni – se vedesse Berlusconi e non Letta, sarebbe troppo per chiunque…

E non è solo la minoranza a mostrare un malumore che si sta diffondendo anche nell’ala governativa del partito. Il tutto alle porte di una settimana che vedrà, giovedì prossimo, la prima riunione della nuova direzione Pd che si preannuncia calda e in vista della quale la sinistra affila le armi.

E’ soprattutto il nodo della riforma del sistema di voto, comunque, a far discutere nel partito.

– Non c’è stato un dibattito interno – sottolinea un esponente dei turchi – e non condivido la scelta di Renzi di fare una proposta ‘a la carte’ senza prima cercare un accordo interno al Pd, su questo paga la volontà di segnare il punto subito.

E, messe così le cose, non sembra per nulla scontato che qualora il segretario Pd scegliesse la via di un’intesa con Forza Italia sul fronte della riforma del Porcellum si troverebbe dietro tutto il partito. Dall’ala governativa, ma non solo, si spinge, infatti, per un’intesa sul doppio turno che eviterebbe fibrillazioni nell’esecutivo andando anche incontro alla posizione caldeggiata da Ncd.

Meno problematica appare la questione del job act sul quale, per ora, c’è un’apertura di credito anche se in più di qualcuno, specie a sinistra, prima di pronunciarsi vuole aspettarne i contenuti più in concreto.

– Sono una serie di capitoli, anche interessanti – sottolinea un esponente bersaniano – ma ora bisogna vedere come vengono scritti in concreto e, inoltre, come vengono trovate le coperture.

Su questi due fronti, comunque, in vista della direzione di venerdì, la sinistra del partito farà il punto martedì prossimo. Gianni Cuperlo ha, infatti, convocato, i parlamentari che hanno sostenuto la sua mozione alle primarie. L’obiettivo è anche quello di trovare una posizione unitaria per la direzione. Da tempo, infatti, non c’è convergenza di vedute a partire dal rapporto con il segretario, con i ‘turchi’ più dialoganti e i bersaniani e i dalemiani determinati a non fargli, invece, nessuno sconto.

Renzi ‘copia’ Obama
Matteo Renzi come Barack Obama. Almeno sul fronte delle parole d’ordine. Il sindaco di Firenze ha chiamato il suo piano contro la disoccupazione ‘Jobs Act’, proprio come nel 2012 il presidente americano chiamò la legge per agevolare il finanziamento delle piccole e medie imprese e favorire così la creazione di nuovi posti di lavoro. Del resto il leader del Pd non ha nascosto in passato come su molti temi si ispiri proprio alle politiche portate avanti dall’inquilino della Casa Bianca.

Lo ‘Jumpstart Our Business Startups Act’ (il cui acronimo è appunto ‘Jobs Act’) introdusse negli Stati Uniti tutta una serie di sgravi, esenzioni e misure tese a semplificazioni di quelle regole che spesso impediscono alle aziende – colpite dalla stretta creditizia generata dalla crisi – di investire sul proprio futuro per mancanza delle risorse necessarie. E dunque di creare nuova occupazione. Per non parlare dei costi e delle pastoie burocratiche che troppo di frequente anche negli Usa rendono impossibile, o quantomeno difficile, aprire nuove attività. Oppure, per alcune imprese, sbarcare in Borsa. Ostacoli che la legge di Obama ha in gran parte attenuato.

Il provvedimento – che ha affiancato altri ‘jobs act’ proposti dall’attuale amministrazione americana e non sempre approvati – è stato un grande successo di Barack Obama, all’epoca a caccia della rielezione alla Casa Bianca. Fu firmato dal presidente nell’aprile del 2012, dopo essere stato varato con voto bipartisan da un Congresso che, in piena campagna elettorale, si presentava diviso su tutto. Chissà che questo non possa essere di buon auspicio per Matteo Renzi che, in un’Italia sempre poco bipartisan e costantemente in campagna elettorale, è a caccia di un accordo con chiunque abbia voglia di discutere e attuare le proposte contenute nel suo ‘Jobs Act’