Pizza, negli Usa ne mangiano il doppio che in Italia

Pubblicato il 13 gennaio 2014 da redazione

ROMA  – Con una media di 13 chili per persona, sono gli Stati Uniti il Paese al mondo in cui si mangia più pizza. E negli Usa si registra un record mondiale dei consumi di pizza con una quantità che è quasi il doppio di quella degli italiani, che si collocano al secondo posto con una media di 7,6 chili a testa.

È quanto emerge da una analisi della Coldiretti in occasione del “forkgate” scatenato dal neo sindaco di New York, Bill de Blasio, “reo” di aver mangiato la pizza con coltello e forchetta e non con le mani, come avviene regolarmente negli Usa.

La pizza, ricorda la Coldiretti, è nata in Italia con le prime attestazioni scritte che risalgono al 997 e, con l’arrivo degli immigrati italiani, nel tardo XIX secolo fece la sua prima apparizione negli Usa dove si è rapidamente affermata, anche con curiosi adattamenti locali nella preparazione, negli ingredienti e nelle occasioni e modalità di consumo, che hanno purtroppo fatto dimenticare a molti la reale origine.

Se in Italia si stima che la pizza generi un fatturato di 10 miliardi di euro, con oltre 250mila addetti e 50mila pizzerie, Coldiretti spiega che il business negli Stati Uniti è attorno ai 40 miliardi di dollari, con il 93 per cento degli americani che la consuma almeno una volta al mese per una media di 350 “slice” (le tradizionali fettine) al secondo. Purtroppo di questo mercato, rileva la Coldiretti, quasi nulla arriva all’economia italiana anche perché si usano quasi sempre ingredienti realizzati negli Stati Uniti, dalla mozzarella prodotta soprattutto nel Wisconsin, in California e nello Stato di New York alla conserva di pomodoro ottenuta in California, dove si stanno diffondendo anche le coltivazioni di ulivi; senza dimenticare il diffuso utilizzo di ingredienti molto lontani dal made in Italy come l’ananas.

La perdita del legame della pizza con l’identità tricolore è un rischio che, denuncia la Coldiretti, corrono moltissimi prodotti made in Italy per l’esponenziale diffusione sui mercati statunitense e mondiale di alimenti “taroccati” che richiamano nel nome e nell’immagine all’italianità senza avere alcun legame con la realtà produttiva nazionale: dal parmesan al provolone, dal salame Milano alla soppressata calabrese, dall’extravergine pompeian al pomodoro san Marzano.

L’agropirateria internazionale – che utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale – vale 60 miliardi e all’estero, sostiene la Coldiretti, sono falsi due prodotti alimentari di tipo italiano su tre.

Sul piano internazionale questo fenomeno va combattuto cercando un accordo sul commercio internazionale nel Wto, sostiene la Coldiretti, per la quale è però anche necessario fare chiarezza a livello nazionale ed europeo, dove occorre estendere a tutti i prodotti l’obbligo di indicare in etichetta l’origine dei prodotti alimentari.

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