Fiat: Italia o Usa, per la sede è sfida di convenienza

TORINO  – Tra due settimane finirà il tormentone della sede di Fiat Chrysler, che incombe da tre anni.

“Solo un problema emotivo, un valore puramente simbolico” come dice Sergio Marchionne, o una scelta strategica? Una decisione su cui influiranno opportunità fiscali o a determinarla sarà l’accesso ai mercati e la loro fluidità?

– Andiamo dove si fanno affari, siamo nomadi – ha detto tempo fa l’amministratore delegato del Lingotto. Un concetto su cui è tornato:

– Io vivo in aereo, per me non fa molta differenza.

O ancora:

– Abbiamo creato un’azienda internazionale. Viaggiamo quotidianamente e facciamo vetture in tutto il mondo. Non mi interessa l’indirizzo fisico della Fiat.

A una radio locale di Detroit Marchionne ha parlato di “una naturale propensione a spostarsi” negli Usa “per il mercato efficiente, anche se non perfetto e per le capacità di finanziarsi”.

E’ questa la carta in più di Auburn Hills, l’accesso ai mercati di capitale: “gli Usa per definizione sono quelli che offrono vantaggi”. Un modello c’è ed è quello scelto per Cnh Industrial: sede legale ad Amsterdam, sede fiscale in Gran Bretagna, quotazione a Wall Street (ma anche a Milano). Sulla scelta di trasferire la sede hanno giocato componenti economiche: in Olanda i dividendi non sono tassati mentre in Italia sono esenti per il 95% e sul 5% si versa un’imposta del 27,5%. Si pagano meno royalties su marchi e brevetti (molte case del lusso hanno le società proprietarie dei marchi con sede in Olanda). Nessun effetto però sul fisco italiano a cui il gruppo Fiat versa, dal 2012, solo il 5% delle imposte, circa 27 milioni di euro (il resto è di competenza delle società che operano altrove). Una questione su cui Marchionne é tornato ieri:

– Quando Cnh Industrial è uscita dal sistema italiano non ha ridotto il pagamento delle tasse al fisco italiano.

Se lo stesso ad Fiat definisce “improbabile” la possibilità che la sede sia in America Latina, in ballo restano Torino e Detroit. O, a sorpresa, l’Olanda come per Industrial. Se la scelta ricadesse sugli Usa Marchionne spiegherà che “l’unica cosa che conta sono gli stabilimenti, i lavoratori e se le auto vengono vendute”. Già a febbraio 2011, in un’audizione alla Camera, ha detto:

– Se il cuore è e resterà in Italia, avremo sedi operative in diversi posti. Non c’è nulla di strano: non si tratta di rinnegare le radici ma anzi di proteggerle, di garantire il futuro.

La componente emotiva però c’è e non è trascurabile.

– L’attaccamento emozionale al proprio Paese come produttore – ha spiegato Marchionne – deve essere ripensato. Questo non significa tradire nessuno, significa crescere, come quando i ragazzi vanno via di casa. Non vuol dire che non ci vogliono più bene. Vuol dire che faranno delle cose e vivranno da soli. Ritengo che per gli affari sia la stessa cosa.