Scambio accuse regime-ribelli. Usa, Assad vada via

MONTREUX (SVIZZERA). – Scintille, toni durissimi, scambi di accuse. Come era prevedibile, i rappresentanti del regime siriano e dell’opposizione (o almeno la parte che ha accettato di partecipare a Ginevra 2), seduti per la prima volta allo stesso tavolo al Montreux Palace, si rinfacciano la responsabilità di tre anni di conflitto e di 130mila morti e di alimentare il terrorismo. Il nodo resta ancora il futuro del presidente siriano Bashar al Assad. “Non può far parte della transizione un uomo che ha usato una tale violenza contro il suo popolo, che tiene in ostaggio un Paese e un’intera regione”, è tornato a dire il segretario di Stato Usa John Kerry. E lo ha ribadito anche quando il ministro degli Esteri di Damasco Walid Muallem gli ha risposto che “Assad non se ne andrà per decisione esterna, saranno i siriani a deciderlo”. “Assad non solo non deve rimanere, ma non dobbiamo neanche discuterne”, ha insistito il presidente della Coalizione nazionale dell’opposizione siriana, Ahmed Jarba, invitando la delegazione del regime ad abbandonare il raìs e a diventare “libera come noi”. Parole di fuoco, come quelle sul terrorismo. “Continueremo a combattere i terroristi di 83 nazionalità diverse, francesi, ceceni, sauditi, britannici, che vogliono instaurare uno Stato islamico”, ha ammonito Muallem. Il siriano ha inoltre accusato alcuni Paesi presenti di avere le “mani sporche del sangue siriano”, pur senza citare esplicitamente le monarchie sunnite del Golfo che sostengono i ribelli. “I mercenari stranieri sono l’altra faccia di Assad”, ha replicato Jarba. “Basta usare la lotta al terrorismo come giustificazione a violenze, torture e alla fame di un popolo”, è stato poi l’intervento del ministro degli Esteri Emma Bonino. Nonostante la tensione palpabile (anche in sala stampa tra giornalisti siriani e il ministro dell’Informazione), Ginevra 2 è stata presentata come “l’ultima chance” per porre fine allo spargimento di sangue, “l’inizio di un processo” di cui i siriani devono cogliere l’opportunità. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon (e con lui gran parte delle delegazioni) hanno lanciato un appello urgente al cessate il fuoco e all’apertura di corridoi umanitari per portare aiuto a una popolazione stremata. La conferenza sulle rive del lago Lemano è stata, come previsto, una dichiarazione di intenti delle 45 delegazioni rappresentante ad alto livello. Non si aspettavano esiti concreti, ma un primo risultato tutt’altro che scontato è stato comunque raggiunto: l’accettazione da parte dei siriani di avviare venerdì a Ginevra i negoziati veri e propri con la mediazione dell’inviato di Onu e Lega araba Lakhdar Brahimi. L’ambasciatore libanese incontrerà separatamente le due delegazioni per “vedere come andare avanti” sulla base del comunicato di Ginevra 1 – che prevede un governo di transizione con pieni poteri – come “sorta di road map”. “Nonostante i soliti ritornelli di accuse contro di noi, vi informo che vogliamo ancora andare avanti con questa conferenza, il primo passo di un dialogo”, ha detto Muallem, mentre il leader della Coalizione ha chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente sulle torture emerse nei giorni scorsi. “Non saranno negoziati semplici, né rapidi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov, che da quasi un anno ha promosso e lavorato con gli Stati Uniti alla convocazione della conferenza di Montreux. L’Iran, l’ultimo grande alleato di Assad, è stato il grande assente, il convitato di pietra, dopo il ritiro dell’invito da parte di Ban Ki-moon per il rifiuto di Teheran di riconoscere esplicitamente la base negoziale di Ginevra 1. Da lontano, il presidente Hassan Rohani ha detto di riporre poca fiducia in Ginevra 2, al cui tavolo siedono “alcuni Stati che sponsorizzano il terrorismo”, ma ha aggiunto che l’Iran sarà felice se al contrario “dovesse contribuire a portare pace e stabilità al popolo siriano e nella regione”. Nessuno però ha rinunciato a vedere Teheran a sedere un giorno al tavolo per contribuire alla soluzione politica in Siria.

(dell’inviata Laurence Figà-Talamanca/ANSA)

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