Dall’Addaura a via D’Amelio, le nuove ‘verità’ dei pentiti

Pubblicato il 29 gennaio 2014 da redazione

PALERMO. – Arnaldo La Barbera, l’uomo della stagione d’oro dell’antimafia, caduto in disgrazia dopo il G8 di Genova, avrebbe spinto il falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino a mentire e avrebbe cercato, assieme a un misterioso uomo dei servizi, di far cambiare mestiere a Giovanni Falcone facendo intervenire un altro pentito, Franco Di Carlo. Intanto, Angelo Fontana, altro collaboratore di giustizia, si rimangia di aver partecipato all’attentato dell’Addaura: come dimostrano alcuni documenti, era detenuto negli Usa. Sembra una “crisi” dei pentiti che ritrattano o ricordano nuovi eventi ad anni di distanza dalle loro prime dichiarazioni. “Io non avevo motivo di inventarmi le cose – dice Vincenzo Scarantino, piccolo spacciatore del quartiere Guadagna a Palermo – Parlavo con il dottor Arnaldo La Barbera. Facevamo conversazioni lunghe, nelle quali mi sono state indicate delle soluzioni, ma non è vero niente”. Scarantino aveva raccontato di aver partecipato alla strage di via D’Amelio a Palermo il 19 luglio ’92 in cui vennero uccisi Paolo Borsellino, cinque agenti della polizia di Stato tra cui Emanuela Loi, la prima agente donna ad essere assassinata in servizio. Il falso pentito aveva detto di aver rubato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo accusando 11 persone, tra cui alcuni mafiosi, di aver partecipato alla strage. Dopo le varie ritrattazioni di Scarantino e la comparsa sulla scena giudiziaria del collaboratore Gaspare Spatuzza i condannati (sette all’ergastolo) sono stati liberati e sono in attesa del processo di revisione. Il pentito spiega di aver mentito per lasciare il carcere di Pianosa. Non ha preso parte alle stragi Franco Di Carlo che però racconta di avere “ricevuto visite”, proprio in quel periodo, mentre si trovava in carcere, “di esponenti di servizi che mi hanno proposto un accordo per fermare Falcone. Accadde prima dell’attentato all’Addaura dell’89, venne a trovarmi un emissario di un ufficiale dei servizi che era stato il mio tramite con il generale Santovito per tanti anni. Con lui c’era il capo della Mobile Arnaldo La Barbera, quest’ultimo non si presentò, ma assistette. Non lo conoscevo, lo riconobbi in fotografia in seguito”. “Vennero a chiedermi – prosegue – di trovare un modo per costringere Falcone ad andar via da Palermo, a cambiare mestiere. Mi spiego così l’attentato dell’Addaura. Cercai un contatto, credo che abbiano trovato un’intesa”. E’ tornata la memoria anche al pentito Angelo Fontana che, a proposito di quell’attentato, dice di essersi inventato tutto e che nei giorni in cui aveva indicato di aver partecipato all’esecuzione dell’attentato – che poteva essere anche solo un tentativo d’ intimidazione – si trovava negli Stati Uniti con obbligo di firma. L’ex mafioso dell’Acquasanta ha parlato coi pm di Caltanissetta che hanno aperto un’inchiesta per calunnia e autocalunnia. Alcune dichiarazioni di Fontana che aveva accusato il cugino Angelo Galatolo di aver partecipato al fallito attentato, erano state riscontrate dall’analisi del dna di alcuni reperti trovati sugli scogli del lungomare palermitano che avevano dimostrato che le tracce appartenevano proprio a Galatolo. Ma Giuseppe Di Peri, il legale di un altro cugino omonimo di Angelo Galatolo, imputato in un altro processo, ha trovato un foglio che dimostra l’obbligo di firma a New York che aveva Fontana nel periodo del fallito attentato. 

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