Russia-Usa: Getta spugna l’ambasciatore del ‘reset’

Pubblicato il 04 febbraio 2014 da redazione

ROMA. – Getta la spugna lo stratega americano del reset fra Usa e Russia. Lascerà Mosca a fine mese – dopo poco più di due anni di mandato – l’ambasciatore Michael McFaul, cremlinologo di chiara fama ed esperto di fiducia di Barack Obama giunto nel 2011 all’ombra del Cremlino per provare a ricucire i rapporti bilaterali fra i due ex nemici della guerra fredda, ma entrato nel giro di pochi mesi in rotta di collisione con Vladimir Putin. Ad annunciare l’improvvisa fine del mandato è stato egli stesso nel suo blog, come riferisce il sito della sede diplomatica americana. “E’ tempo di tornare a casa”, ha tagliato corto McFaul, 50 anni, giustificando la decisione con ragioni familiari. “Amo il mio lavoro qui ed è stato un enorme onore rappresentare il mio Paese in Russia”, ha aggiunto, sottolineando di rinunciare all’incarico “col cuore pesante” e precisando che il rimpatrio avverrà a fine mese: dopo la sua partecipazione alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Sochi. Nessuna traccia di polemica nel messaggio, fra le righe del quale l’ambasciatore assicura anzi che gli mancheranno i contatti con “i partner del governo russo, di tutti i settori della società e del business”. Ma appare difficile negare che la sua avventura – inaugurata appena due anni e pochi mesi orsono sotto il segno del programma di ‘reset’, l’auspicato riavvicinamento fra Usa e Russia di cui era stato uno degli strateghi – si concluda in un clima di fibrillazione con l’amministrazione Putin. Un po’ come accaduto di recente al suo collega Gary Locke, rientrato anticipatamente dalla sede di Pechino all’inizio dell’anno, si disse per sfuggire al soffocante smog della metropoli asiatica, ma in realtà anche sull’onda di polemiche ripetute con il regime cinese. Annunciato da Obama e da Dmitri Medvedev (allora presidente) poco dopo l’ascesa alla Casa Bianca del successore di George W. Bush, l’idea del ‘reset’ aveva avuto fra i suoi artefici sul fronte americano proprio McFaul. Laureato a Stanford in lingue slave e storia dell’Europa orientale, accademico e specialista di studi russi, democratico di ferro, sembrava l’uomo giusto al posto giusto. Un veterano che si era specializzato nelle università di San Pietroburgo (all’epoca Leningrado) e Mosca a metà degli anni ’80 per poi diventare uno dei massimi esperti Usa della transizione postsovietica. E che nel 1996 era stato addirittura chiamato al Cremlino, come consulente elettorale del primo presidente postcomunista, Boris Ieltsin. Così, dopo tre anni di lavoro a Washington nello staff di Obama, incentrato tutto sul dossier russo, era arrivata la designazione presidenziale per la guida dell’ambasciata in riva alla Moscova, una delle sedi tradizionalmente più delicate e importanti della politica estera americana. Fluente in russo, molto attivo e disinvolto nei rapporti col governo locale, McFaul si è ritrovato tuttavia al centro di un bufera mediatica già dai primi mesi del suo incarico. ‘Colpa’ soprattutto di un incontro fin troppo reclamizzato con i leader del fronte anti-Putin, ricevuti in ambasciata nei giorni delle (effimere) proteste di piazza del 2011. Giornali vicini al potere russo lo accusarono di dare direttive, se non direttamente finanziamenti, all’opposizione e gettarono subito pesanti ombre sulla sua ‘luna di miele’ con Mosca. Ombre che non si sarebbero più diradate. E che non sembrano estranee al prematuro addio.

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