Sochi: Giochi di potere, in tribuna l’apoteosi di Putin

Pubblicato il 07 febbraio 2014 da redazione

SOCHI (RUSSIA). – Quando parte l’inno russo in omaggio al tricolore nazionale, Vladimir Putin resta impietrito di gioia e commozione, prigioniero di un nodo alla gola che gli impedisce di sussurrare anche una sola parola del testo che celebra il suo Paese. La scena si ripete quando dichiara solennemente aperte le Olimpiadi invernali di Sochi, quelli che la Russia, Paese del circo bianco, non aveva mai avuto. Ha dovuto aspettare 34 anni per ospitare un altro evento olimpico, dopo Mosca 1980. Ed é Putin l’artefice di questo successo, che ha trasformato in una celebrazione del suo potere e della rinascita russa a 24 anni dal crollo dell’ Urss. Questa doveva essere la sua apoteosi e l’annuncio al mondo che l’Orso ha rimesso in moto la sua ricca storia millenaria, ripercorsa da una sontuosa e raffinata cerimonia senza precedenti per delle Olimpiadi invernali. Poco importano le polemiche sui costi faraonici (51 miliardi di dollari), sulla minaccia del terrorismo caucasico, sulla legge che vieta la propaganda sessuale. Poco importano anche le assenze di gran parte dei leader occidentali, da Obama alla Merkel, da Hollande a Cameron. La blindatissima tribuna aveva comunque numeri record, con 44 tra capi di Stato e di governo, compresi Letta e il premier olandese Mark Rutte, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon (seduto vicino a Putin insieme al presidente del Cio Thomas Bach) e numerose teste coronate dei democraticissimi Paesi nordici. In un bilaterale, Rutte ha trovato anche il coraggio di invitare il padrone di casa a discutere delle minoranze sessuali, ma il leader del Cremlino gli ha risposto che era meglio lasciare da parte le polemiche e concentrarsi sui Giochi. Anche Ban Ki-Moon aveva lanciato il suo appello contro le discriminazioni e gli attacchi ai gay. Posizione condivisa da Letta, che non a caso ha postato su Twitter una sua foto insieme al segretario generale dell’Onu dopo aver spiegato in una lettera al Corriere della Sera i motivi della sua presenza. Ma Putin pensa ai suoi Giochi, che sono anche giochi di potere. Cosí, al ricevimento prima dell’inaugurazione, trova il tempo per dare qualche consiglio al presidente ucraino Ianukovich, partito da Kiev nel pieno della crisi politica. E trova il tempo per parlare di gas con il presidente cinese Xi Jinping, uno dei potenti della terra, con il premier giapponese Shinzo Abe e con il capo del governo turco Recep Erdogan. Tutti pesi massimi. Certo, poi in tribuna ci sono anche Aleksandr Lukashenko, ”l’ultimo dittatore d’Europa”, accompagnato dall’inseparabile figlio Nikolai, il satrapo kazako Nursultan Nazarbaiev con consorte, il controverso presidente azero Aliev, anche lui con moglie, l’autoritario presidente turkmeno Gurbanguly Berdimuhammedov. E i presidenti delle ex repubbliche sovietiche rimaste nell’orbita di Mosca: Armenia, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan. Fa eccezione la Georgia, ma ci sono i presidente di Abkhazia e Ossezia del sud, le due regioni secessioniste riconosciute da Mosca dopo la guerra con Tbilisi nel 2008. E compaiono anche i capi di Stato di un pezzo della vecchia Europa che va dalla Finlandia alla Grecia, dalla Lettonia all’Islanda, dalla repubblica Ceca alla Svizzera, dalla Macedonia al Montenegro. La tribuna dello stadio Fisht si trasforma cosí nel termometro dei rapporti politici del Cremlino con il mondo, disegnando una nuova mappa di potere e alleanze. E se la Germania sfila con le divise arcobaleno che evocano quello del movimento gay, la Russia di Putin prende tutti in contropiede accompagnando la sfilata della squadra da una provocatoria canzone del popolare duo femminile Tatú, associato nell’immaginario collettivo russo ad una coppia lesbica. ”Non ci raggiungeranno”, é il titolo ad uso e consumo anche sportivo. Come la ”rapida” troika che vola nello stadio durante la cerimonia, metafora gogoliana nelle Anime Morte della Russia che vola ”irraggiungibile” in una terra ”che si distende su mezzo mondo” mentre ”le cedono il passo gli altri popoli e le altre nazioni”. (dell’inviato Claudio Salvalaggio/ANSA)

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