Sochi: capolavoro Zoeggeler, sei medaglie da leggenda

KRASNAYA POLIANA (RUSSIA). – Sulle montagne russe del budello ghiacciato di Krasnaya Poliana non ha sentito gli anni, né il peso di essere sulla soglia della storia. Ha schiacciato un pisolino tra una manche e l’altra, e poi si è lanciato giù costruendo tra testa e corpo il capolavoro della sua carriera senza fine. Armin Zoeggeler il bronzo a Sochi, vent’anni dopo la medaglia dello stesso colore vinta a Lillehammer, forse non lo aveva mai immaginato: con gli anta già archiviati e una folla di inseguitori che di anni ne hanno la metà ripeteva che il podio sarebbe stato davvero un’impresa. Che puntualmente però ha centrato, e stavolta è di quelle che lasciano il segno, più profondo delle lame della sua inseparabile slitta. Sei medaglie in altrettante edizioni dei Giochi, illuminate dalla doppietta d’oro tra Salt Lake e Torino: mai nessuno è riuscito a salire sul podio olimpico in gare individuali per sei volte di fila. Ha superato tutti, e nello slittino anche un’altra leggenda come Georg Hackl, rimasto fermo a cinque. “Finalmente” sorride. Quattro manche “pulite” dice l’azzurro di Foiana, dietro solo a Felix Loch, il tedesco 24enne che bissa l’oro di Vancouver, e a un altro ‘vecchietto’, Albert Demchenko che a 42 anni e in casa si prende un argento da star (“è un fenomeno” l’omaggio del Cannibale al siberiano dagli occhi color ghiaccio). La storia stavolta sono loro, più padri che figli: lo sa Armin, lo sa l’allenatore del gruppo, Kurt Brugger, la voce rotta dalla commozione. “E’ nato campione” ripete. Lui, il Cannibale dello slittino, arrivato ai Giochi da portabandiera “pensavo di stancarmi alla cerimonia e invece sono stati bravi a riportarmi al villaggio in tempo per riposare”), dice semplicemente che ha “cercato sempre di fare il mio dovere”. “Non avrei mai pensato di arrivare così a 40 anni – racconta – questa è una delle mie più belle gare. Quattro manche quasi perfette ed eccomi qui”. Nessun errore, il tracciato studiato e ripetuto “mille volte in testa, dove migliorare, dove non sbagliare”, quasi un’ossessione diventato “il segreto” della sua longevità sportiva. “Stavolta sono senza parole – ammette – non pensavo di prendere la medaglia: o meglio, ci speravo, ma la realtà è sempre un’altra. Però ho capito che potevo farcela e ho attaccato. L’esperienza ha fatto il resto e poi confesso, ho dormito un po’ tra una manche e l’altra. Mezzora, giusto per recuperare. Questa è una pista bellissima, tecnica, tipo montagne russe, si scende e si sale: ma se fai un errore sei finito. Ecco, io non ho sbagliato”. Il feeling con la slitta (“la seconda cosa che amo dopo mia moglie”), gli allenamenti, il cibo sano e il riposo: dietro a un campione che non ha eguali c’è tutto. Ammette di “diventare una bestia” quando nel suo lavoro di atleta non funziona come dice. Questi vent’anni fatti di ghiaccio e medaglie “sono volati” e ora spazio anche ai più giovani perché “la storia deve andare avanti”. Di addio non parla: “Mi concedo un sigaro, avevo detto che se fossi andato sul podio me lo sarei fumato – sorride – Il futuro? Ho la gara a squadre e poi un po’ di vacanza. Finisco la stagione e poi mi prendo un po’ di tempo per pensare cosa farò in futuro”. Torna nel suo piccolo mondo tra i monti dove vive e che lo ha conservato così. “Mi aiuta tanto, sto in un paese piccolo, lì sono Armin e non una star”. Una leggenda sì, che ha scritto una pagina indelebile, qui tra i saliscendi del budello ghiacciato. Armin sempre in alto, oltre la soglia della storia. (dell’inviata Alessandra Rotili/ANSA)

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