La grande bellezza

Pubblicato il 11 febbraio 2014 da redazione

ROMA – La grande bellezza è un capolavoro assoluto. E non lo dice soltanto la recente vittoria ai Golden Globe o la candidatura agli Oscar 2014 come miglior film straniero. Lo dicono i contenuti, i dialoghi e la fotografia di una Roma davvero in grado di lasciare senza fiato.

Ma andiamo con ordine. Dopo anni di delusioni, l’Italia torna a trionfare ad Hollywood. Merito del regista napoletano Paolo Sorrentino, che si prende una bella rivincita su La vita di Adèle, vincitore a Cannes, dove il film italiano, invece, non ha ottenuto alcun riconoscimento. Il volto del protagonista è, ancora una volta, quello di un altro napoletano: Toni Servillo. I due avevano, infatti, già lavorato insieme ne Il Divo, altro film straordinario incentrato sulla vita personale e politica di Giulio Andreotti.

Un’accoppiata vincente che non si è limitata a bissare il successo. I due, infatti, sono riusciti ad andare ben oltre.

Servillo veste in maniera formidabile i panni di Jep Gambardella, un giornalista-scrittore che, “condannato alla sensibilità”, vive in costante equilibrio tra feste mondane e riflessioni profonde. Lo scenario è quello di una Roma “felliniana” ed i richiami alla Dolce Vita sono frequenti, piacevoli e contribuiscono a condire con un pizzico di nostalgia diversi momenti del film. Attori e celebrità che accompagnano Servillo in questo suo viaggio chiamato “vita” non si contano e brillano per credibilità ed ironia. Ma La grande bellezza è qualcos’altro. Qualcosa di diverso.

La sensazione più marcata che lascia immediatamente folgorati è che ci si trovi davanti ad un film che non sembra un film. Le parole scelte mai a caso, il ritmo volutamente lento ed una trama così poco importante rispetto a tutto il resto, regalano l’illusione di sfogliare le pagine di uno splendido libro.

“Finisce tutto così, con la morte. Prima però c’è la vita, nascosta dal bla, bla, bla…”

Già. Quel “bla, bla, bla” che spesso, troppo spesso, finisce con l’inghiottire passioni, verità, e, più in generale, tutto ciò che realmente conta. Jep, però, è abile nello scrollarsi di dosso le polveri dell’effimero e trascina lo spettatore (il lettore?) lungo il sentiero che si fà strada tra banalità ed intensità. Tra mera superficialità e piena consapevolezza.

La quotidianità tende a sfalsare le gerarchie su cui fondiamo la nostra esistenza. Rischiamo ogni giorno di perdere di vista La grande bellezza che trova ancora rifugio intorno a noi. Sarebbe davvero un peccato e, comunque, “la vita è un’altra cosa”. E Jep Gambardella sembra volercelo ricordare sussurrandocelo in un orecchio.

Romeo Lucci

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