I due “consoli” convocati al Colle

Pubblicato il 11 febbraio 2014 da redazione

ROMA. – La staffetta Letta-Renzi per il momento si è svolta al Quirinale. Divisi anche nei tempi, i due ”consoli” del Pd hanno incontrato separatamente il capo dello Stato, rinviando alla Direzione di giovedì il momento del decisivo faccia a faccia. Giorgio Napolitano, evaporato il processo d’impeachment come un temporale d’estate, sta tentando una difficile mediazione tra i due ”cavalli di razza” del Pd. Che cosa vuole davvero il sindaco rottamatore? E perché il premier si è deciso così tardi a preannunciare il suo ”patto di coalizione”? La situazione si può riassumere così: Renzi vuole portare a casa rapidamente la nuova legge elettorale, frutto dell’accordo blindato con Silvio Berlusconi, e avverte che in caso contrario ”salta l’Italia”. Quanto al governo (che ha ”le batterie scariche”) vorrebbe vedere che cosa è capace di fare in questi mesi sul piano economico ma non intende prendere impegni a lunga gittata: l’orizzonte del ritorno alle urne in autunno, sembra di capire, resta tra le opzioni possibili una volta messo in sicurezza il bipolarismo. Ma questo è uno scenario che non piace affatto a Letta e nemmeno a Napolitano perché il tutto si sovrapporrebbe al semestre italiano di presidenza della Ue. Il presidente del Consiglio vorrebbe piuttosto un impegno che ne scavalchi la scadenza (dicembre 2014) e gli consenta di realizzare almeno i provvedimenti economici più urgenti, come per esempio il taglio del cuneo fiscale e la revisione del mercato del lavoro. Ed è su questa base che Letta intende chiedere una sorta di fiducia preventiva alla Direzione democratica per poi mettere mano ad una nuova squadra di governo (Letta-bis o ”rimpastone”). Non hanno torto dunque gli alleati quando invitano il segretario del Pd a chiarire la sua posizione: è a lui che spetta dire se Letta ha esaurito la sua funzione. Naturalmente una risposta positiva significherebbe candidarsi alla guida del governo: ed è qui che cominciano le prime difficoltà. Non è stato forse il rottamatore a ripetere più volte che il programma è un problema politico e non di persone? A far trapelare la sua avversità ad entrare a palazzo Chigi senza passare per il voto degli italiani? Le pressioni convergenti delle parti sociali, dei piccoli partiti e anche di una parte dei suoi perché riconsideri l’analisi potrebbero non rappresentare una ragione sufficiente per cambiare posizione. Del resto, non tutto dipende da Renzi. Angelino Alfano ha spiegato che si può andare avanti con Letta ma solo a condizione che sia sostenuto con convinzione da tutto il Pd. Non dissimile la posizione di Scelta civica, sebbene Andrea Romano (prontamente smentito dai suoi) si sia spinto a chiedere le dimissioni del premier per aprire la fase due della legislatura. La stessa Forza Italia, con Renato Brunetta, ha bocciato la staffetta a palazzo Chigi: riforme e poi voto è la linea dei berlusconiani (che poi coincide con l’originario piano del leader democratico). Ciò che allarma è il quadro generale in cui si svolge questo valzer di tatticismi. La nuova governatrice della Fed, al suo primo intervento pubblico, ha parlato di una ripresa ancora lontana; l’Istat fotografa un’Italia di famiglie povere e di fisco alle stelle. Davvero Renzi avrebbe nella manica l’asso dello sviluppo che manca a Letta? Non corre piuttosto il rischio di dare spazio a quel Movimento 5 Stelle che ha invitato a non sottovalutare e il cui peso reale si misurerà alle prossime elezioni europee? Sullo sfondo, poi, si muove la polemica contro Napolitano. Berlusconi non poteva seguire Grillo nella richiesta di impeachment per una serie di motivi: il posizionamento politico di Forza Italia e l’aver accettato nel 2011 la staffetta – questa sì – con Monti al quale aveva anche offerto la guida del centrodestra (escludendo così l’ipotesi del complotto). Ma la partita non è ancora chiusa: non a caso la renziana Maria Elena Boschi ha invitato gli azzurri a non far saltare l’intesa sulle riforme con attacchi fuori luogo al capo dello Stato. C’è sempre il rischio che qualche colpo sparato a casaccio finisca nella santabarbara della legislatura, facendo esplodere tutto. E’ ciò su cui conta Grillo che ha preannunciato la raccolta di firme tra i parlamentari per portare la messa in stato d’accusa di ”re Giorgio” davanti al Parlamento in seduta comune (serve il 25 per cento). ”Altri attaccano Napolitano per far cadere Letta e mettere al suo posto un Renzi che potrebbe non vincere le elezioni”, sostiene Roberto Maroni. Si capisce, in questo caos, quanta ragione abbia il Quirinale quando insiste nel difendere la stabilità di quel poco che c’è. 

(Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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