Staffetta, doppio incarico, crisi extraparlamentare?

Pubblicato il 12 febbraio 2014 da redazione

ROMA. – Lo zen e l’arte della manutenzione del governo: potrebbe riassumersi così la sfida che Enrico Letta rivolge a Matteo Renzi, chiedendo di parlamentarizzare la crisi strisciante. Una sfida che al sindaco rottamatore sa di vecchia Repubblica. Ma alla quale sarà difficile dare una risposta davvero innovativa visto che il cambio in corsa alla guida dell’ esecutivo si preannuncia con l’armamentario dei soliti cliché: staffetta, doppio incarico, crisi extraparlamentare. Con ogni probabilità Letta ha colto di sorpresa il segretario del suo partito lanciando ”Impegno Italia”, il programma di 57 pagine che era stato evidentemente studiato da tempo nei dettagli. Un programma da attuare in parallelo al percorso delle riforme. E soprattutto senza una data di scadenza. Il premier con questo documento, centrato su taglio del cuneo fiscale, riforma del lavoro e spending review, sembra implicitamente porre la domanda su che cosa possa fare di nuovo Renzi che questo esecutivo non possa fare. Riducendo lo scontro ad una questione di poltrone (”se vuole il mio posto, lo dica”). I riflettori si rivolgono dunque verso la Direzione del Pd: un appuntamento nel quale il rottamatore dovrà parlare ”a viso aperto”, con un linguaggio simile a quello che indusse Gianni Cuperlo a dimettersi dalla presidenza del partito. Il rischio è tuttavia di dover alzare troppo la posta, riecheggiando le sortite spettacolari di Silvio Berlusconi. Renzi dovrà presentare novità convincenti sul fronte del lavoro e dell’occupazione, con un occhio alle compatibilità con il bilancio dello Stato: il che costituisce la prova più difficile. E comunque dovrà spiegare in Parlamento, avverte Nichi Vendola, perché da molti anni i governi italiani (anche quelli a trazione democratica) continuano a sbagliare. Non può essere solo una questione di nomi, c’è un problema di filosofia, denuncia Sel (candidata ad entrare nella nuova compagine): paradossalmente è proprio quello che dice anche il leader del Pd. La partita è dunque complessa e sfaccettata. Anche perché Renzi dovrebbe mediare con i centristi un eventuale apporto dei vendoliani e forse di qualche grillino sul piano dei programmi, partendo da posizioni talmente distanti da apparire inconciliabili. Del resto Angelino Alfano ha fatto sapere che il Pd deve risolversi in casa lo scontro congressuale e poi trattare con gli alleati. Per un governo Renzi, il Nuovo centrodestra non sarebbe meno decisivo di quanto non lo sia stato per Letta. Quanto a Forza Italia, l’altro partner cruciale per le riforme, Renato Brunetta mette in guardia contro il pericolo di un cortocircuito: può esistere, si chiede, un governo Renzi con una doppia maggioranza, una politica e una per le riforme? Le controindicazioni sono tante da far capire perché il sindaco di Firenze e i suoi avrebbero preferito passare per le urne: Maria Elena Boschi continua ad evocare lo scenario, ma Giorgio Napolitano lo ha liquidato da Lisbona con parole durissime (”non diciamo sciocchezze”). Il capo dello Stato si rende conto di non poter interferire nel regolamento di conti in atto nel Pd, ma sottolinea che sarebbe un errore drammatico indebolire la fiducia internazionale appena riconquistata dall’Italia perché la crisi economica non è finita. Certo, alla fine Renzi potrebbe anche accettare il programma di Letta e una nuova squadra di governo: ma in questo caso difficilmente i suoi ne farebbero parte. Il che equivarrebbe a dire che l’esecutivo sarebbe continuamente sotto esame con tutte le incertezze che ne deriverebbero. Ma il premier non è spaventato: ”Sono un esperto di zen e di maggioranze impossibili”, ha spiegato ripercorrendo le enormi difficoltà affrontate in questi mesi. Ma il valzer dei tatticismi rischia di alimentare ancora di più l’antipolitica.  (Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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