L’India abbandona la legge antiterrorismo. Palazzo Chigi, merito della fermezza Italia

Pubblicato il 24 febbraio 2014 da redazione

NEW DELHI. – L’India abbandona la legge antiterrorismo nel caso marò, scacciando per sempre lo spettro, seppur remoto, di una condanna a morte per i due militari. Dopo oltre due anni dall’incidente che vede coinvolti Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, il governo di New Delhi ha comunicato ufficialmente alla Corte Suprema indiana che “le disposizioni della Legge per la repressione della pirateria, il Sua Act, non si applicano a questo caso”. L’annuncio è giunto in una fase di forte tensione fra India e Italia che ha portato giorni fa al richiamo per consultazioni dell’ambasciatore Daniele Mancini e alla determinazione del governo di Roma di internazionalizzare la crisi, con l’appoggio anche di Unione europea e Nato. Uno sforzo ribadito nel comunicato diffuso dopo la riunione della ‘task force’ presieduta a Palazzo Chigi dal premier Matteo Renzi, in presenza dei ministri di Esteri e Difesa e dell’inviato governativo Staffan de Mistura. In esso si sottolinea come “la decisione della Corte di rinunciare alla legge antiterrorismo è il risultato della ferma opposizione dell’Italia”. Inoltre nel discorso in occasione della fiducia al Senato, Renzi ha garantito il suo impegno per “i due marò che da troppo tempo sono bloccati da un’assurda e allucinante vicenda per la quale garantisco l’impegno personale e del governo”. L’intervento è stato seguito da un applauso di tutti i gruppi, con l’esclusione solo di quello dei M5S. A Strasburgo il caso è stato evocato dal presidente del Parlamento Ue, Martin Schulz: condivido “le preoccupazioni dell’Italia su lunghezza e ritardi del caso”, ha detto, lanciando “un appello all’India perché rispetti pienamente e prontamente il diritto internazionale, specie la Convenzione sul diritto del mare”. Intanto, dopo settimane di accese discussioni, il governo di Delhi ha trovato una posizione comune dei ministri interessati. L’intesa è stata raccolta in un affidavit di sei paragrafi che nel corso dell’udienza odierna il procuratore generale G.E. Vahanvati ha fatto pervenire al giudice S.E. Chauhan.In esso il sottosegretario agli Interni P.S. Bisht sostiene che “nelle attuali circostanze misure appropriate saranno prese per assicurare che i capi di imputazione siano conformi all’opinione” di non avvalersi più del Sua Act. Ma per formulare le accuse l’intenzione del ministero dell’Interno indiano resta l’uso della Nia, la polizia anti-terrorismo nata nel 2008 e che di fatto non ha mai operato all’infuori di leggi speciali, come appunto è il Sua Act. Della Nia non c’è traccia nell’affidavit, ma nonostante ciò gran parte dei 45 minuti del dibattito nell’aula della Corte sono stati monopolizzati dalle spiegazioni di Vahanvati che ha chiesto il mantenimento della Nia per “non dover ricominciare da capo con le indagini” e dalle categoriche argomentazioni del difensore Mukul Rohatgi, per il quale “la Nia deve uscire di scena perché non può operare se non attivata dal Sua Act”. Preso atto dell’esistenza di divergenze inconciliabili, il giudice Chauhan ha chiesto a Rohatgi di presentare entro una settimana una memoria sulle obiezioni alla Nia e al procuratore generale a sua volta di offrire alla Corte le sue contro-deduzioni nella settimana successiva. Quindi ha aggiornato la seduta tra due settimane, senza fornire date precise ma indicando che si tratterà di un tribunale di tre giudici, come quello che nell’aprile 2013 firmò una sentenza in cui la Corte dava indicazioni per un’inchiesta ed un processo rapidi con la creazione di un tribunale ad hoc e il riferimento a “una polizia investigativa neutrale”. E se il Partito comunista del Kerala ha criticato il governo per aver abbandonato la legge anti-terrorismo “per tutelare gli interessi dell’italiana Sonia Gandhi”, il portavoce del ministero degli Esteri, Syed Akbaruddin, si è rallegrato proprio per questa scelta, osservando che “la questione è far sì che si possano portare gli accusati davanti alla giustizia indiana”. Poi ha aggiunto che “qui non si tratta di fare favori a qualcuno, ma di cercare di rendere possibile che coloro che sono accusati di reati possano darne conto davanti alla giustizia indiana”. (Maurizio Salvi/ANSA)

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