Palude 2013, crolla Pil, debito schizza, consumi a picco

 ROMA. – E’ un 2013 che si avvita su se stesso quello dei conti pubblici italiani. Lo scorso anno il Pil è crollato dell’1,9% facendo perdere all’economia 13 anni e riportando il nostro Paese sotto i livelli del 2000. Il calo, già notificato dall’Istat a livello destagionalizzato e quindi in qualche modo già metabolizzato, è però più impressionante questa volta per gli inevitabili effetti sul debito pubblico, schizzato ad un record assoluto. Ma i dati sul fabbisogno nei primi 2 mesi non allarmano particolarmente il Tesoro che parla di risultato ”in linea” sul 2013 con un cumulato di 13,3 miliardi contro gli oltre 14 del primo bimestre 2013. C’è poi un aspetto positivo: il gettito Iva sugli scambi interni che mostra un +8% ‘tondo’. Ma pagamenti della P.a., rimborsi fiscali e un esborso per l’Mps da 2 miliardi nel 2013 condizionano il dato che torna in ‘rosso’ dopo il ‘nero’ di 800 milioni a gennaio. I dati Istat mostrano però che con un’economia in caduta libera, il rapporto tra indebitamento e Pil è infatti volato al 132,6%, dal 127% del 2012, appunto un livello mai toccato prima, secondo in Europa solo a quello della Grecia. L’ennesima conferma di come sia proprio il debito la vera e propria palla al piede dell’economia italiana. Per quanto nera, la situazione ereditata dal governo Renzi è per certi aspetti però meno drammatica del previsto. Se la caduta del Pil, seguita al -2,4% del 2012, è stata infatti peggiore del -1,7% stimato dal governo, il debito – pur altissimo – è inferiore alle ultime previsioni ufficiali, quelle contenute nella nota di aggiornamento del Def, che davano invece per scontato un rapporto al 133 per cento. Grazie alla ‘manovrina’ varata alla fine dello scorso anno dal governo Letta il deficit è inoltre rimasto sulla soglia fatidica del 3%, ovvero sui limiti imposti dall’Unione europea. Un numero che però potrebbe non bastare a far superare a Roma l’esame di Bruxelles, che darà mercoledì le sue pagelle all’economia italiana, valutandone competitività e dinamicità, oltre ad indicatori chiave come la disoccupazione e, appunto, la crescita. L’Italia è infatti un Paese in cui gli investimenti sono ancora in picchiata (-4,7% secondo le rilevazioni Istat) e dove anche i consumi vanno a picco. L’unico contributo positivo al Pil è arrivato dalla domanda estera, mentre da dentro i confini si contano solo apporti negativi. Proprio dalla spesa delle famiglie è arrivato infatti un contributo negativo al Pil dell’1,6%. In pratica i consumi sono diminuiti rispetto al 2012 di ben il 2,6 per cento. Anche in questo caso non si tratta di una novità, considerato che nel 2012 il crollo era stato anche peggiore, pari al 4%, ma le famiglie hanno ormai imparato a tirare la cinghia su ogni genere di spesa. Tutti i comparti hanno infatti risentito pesantemente della crisi economica, compresi gli alimentari, che hanno registrato un calo del 3,1%. Gli italiani si sono mostrati decisamente restii a spendere anche per l’abbigliamento (-5,2%), per la sanità (-5,7%) e persino per le comunicazioni, capitolo tradizionalmente più attraente per le novità che invadono il mercato a ritmo serrato. A poco è valso il calo, contenutissimo, della pressione fiscale. Lo scorso anno è scesa al 43,8%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto al 2012 a dispetto della cancellazione dell’Imu.