Papa: Italia forte grazie suo clero, tanti bravi parroci

CITTA’ DEL VATICANO. – “I preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi vescovi, ma per i parroci, per i preti!”. Ha concluso con questo elogio del clero italiano, papa Francesco, il suo discorso ai parroci romani nell’incontro nell’Aula Paolo VI, da lui interamente dedicato – tenendo alto uno dei temi portanti del suo pontificato – al valore della “misericordia”: vero e proprio principio-guida, secondo papa Bergoglio, nell’azione pastorale dei sacerdoti. Un discorso ampio, di circa tre quarti d’ora, condito dal Pontefice, come fa spesso, di aneddoti, battute, piccole provocazioni. E anche rivelazioni: come quella di portare sempre con sé, in una busta di stoffa all’altezza del cuore, la croce di un rosario che anni fa “rubò” dalla bara di un sacerdote morto novantenne a Buenos Aires, un “grande confessore” che aveva confessato anche Giovanni Paolo II in visita in Argentina. Inattesa, e di grande significato, anche l’apertura del suo discorso. Il Papa ha detto di essere stato “molto colpito” e di aver “condiviso il dolore” del gruppo di preti romani colpiti dalla “accuse ingiuste” dell’ex-sacerdote Patrizio Poggi – che non ha citato espressamente, in passato condannato per pedofilia – il quale un anno fa denunciò un presunto giro di prostituzione minorile a beneficio di alcuni prelati. Tali accuse, supportate anche dalla testimonianza di un consigliere della Nunziatura, mons. Luca Lorusso, si sono dimostrate false e nel giugno scorso Poggi è stato arrestato per calunnia. “Ho parlato con alcuni di voi che sono stati accusati – ha rivelato il Pontefice – e ho visto il dolore di queste ferite ingiuste, una pazzia, e voglio dire pubblicamente che io sono vicino al presbiterio”. E a proposito di Lorusso, anch’egli non citato per nome: “voglio chiedere scusa a voi, non tanto come vescovo vostro, ma come incaricato del servizio diplomatico, come Papa, perché uno degli accusatori è del servizio diplomatico”. “Ma questo non è stato dimenticato – ha aggiunto -: si studia il problema, perché questa persona sia allontanata. Si sta cercando la via, è un atto grave di ingiustizia e vi chiedo scusa per questo”. Molte le raccomandazioni di inizio Quaresima rivolte dal Papa ai sacerdoti, tutte intorno al cardine della “misericordia”, della “prossimità”, della “compassione” con gli altri, della “vicinanza” a chi soffre. Come quel Gesù che “era sempre sulla strada”, al punto che “poteva sembrare che fosse un senzatetto”. Per il Papa, il prete deve avere “un cuore che si commuove”, “i preti ‘asettici’, quelli ‘di laboratorio’, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa”. Per lui – ha ribadito – dev’essere “un ospedale da campo”, perché “c’è bisogno di curare le ferite, tante ferite!”. In giro “c’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa… Gente ferita dalle illusioni del mondo”. E “noi preti – ha raccomandato – dobbiamo essere lì, vicino a questa gente”. Bergoglio si è soffermato anche sul sacramento della confessione, per la quale non vuole “né manica larga né rigidità”. I confessori, ha detto, non devono essere né “rigoristi” né “lassisti”. “Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra”. Insomma, “né il rigorismo né il lassismo fanno crescere la santità”. Papa Francesco vuole preti che sappiano “soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli”. E ha rivolto loro alcune domande: “quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tante gente che non trova il cammino?”. Oppure, sorridendo: “la sera, come concludi al tua giornata? Con il Signore o con la televisione?”. O ancora: “ti vergogni di accarezzare un anziano? Non avere vergogna della carne del tuo fratello”. “Un bell’esame di coscienza”, ha definito queste e altre domande il cardinale vicario Agostino Vallini, seduto accanto al Pontefice. Ma il Papa, l’aveva detto poco prima, non era venuto per “bastonare”. “Alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono – ha ricordato scherzano – ‘Ma Padre, perché lei ce l’ha con i preti?’. Perché dicevano che io bastono i preti!”. I minuti sembravano essere volati, Francesco mostrava di non avere voglia di chiudere l’incontro. Ha quindi raccontato un episodio inedito, parlando del “confessore famoso” di Buenos Aires, padre Aristi, prete sacramentino che aveva sempre “la coda” alla sua chiesa, confessore anche di papa Wojtyla. Morto novantenne la mattina di Pasqua, Bergoglio andò a fargli visita nella cripta della chiesa, e trovò la bara spoglia, lì vicino solo due vecchiette. “Ho pensato: ma questo prete che ha perdonato i peccati di tutto il clero di Buenos Aires, anche i miei, nemmeno un fiore”. Andò a comprare delle rose, e al ritorno, mentre ci adornava il feretro, “ho guardato il rosario che aveva in mano, e subito mi è venuto in mente quel ladro che tutti noi abbiamo dentro: ho preso la croce del rosario e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: ‘Dammi la metà della tua misericordia’”. Da allora quella croce Bergoglio l’ha tenuta con sé nella tasca, e ora che “le camicie del Papa non hanno tasche”, in una busta di stoffa all’altezza del cuore. “E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona – ha detto -, la mano mi viene qui, sempre”: “Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…”. (Fausto Gasparroni/ANSA)