La violenza in crescendo è fuori controllo

Pubblicato il 07 marzo 2014 da redazione

CARACAS. – Gli scontri di ieri a Los Ruices, in cui sono morti un agente della Guardia Nazionale e un militante chavista, dimostrano che l’escalation della violenza nelle proteste che si susseguono da un mese sembra ormai fuori controllo, sotto l’azione opposta dei gruppi armati irregolari pro-governativi e dei manifestanti anti-governativi che si sono radicalizzati. I fatti non sono stati ancora del tutto chiariti. Secondo il governo, “un compagno motociclista” che stava pulendo con “un gruppo di volontari” le barricate collocate dai manifestanti nel quartiere – zona abitata dalle classi medie dove le proteste antigovernative sono state frequenti nelle ultime settimane – è stato ucciso da quello che il presidente del Parlamento, Diosdado Cabello, ha descritto come “un franco tiratore fascista”. Malgrado l’intervento della Guardia Nazionale, ha aggiunto Cabello, sono continuati gli spari ed è morto anche un agente. Cinque persone sono state arrestate e i responsabili degli spari sono stati identificati. La stampa di opposizione e gli stessi vicini di Los Ruices attraverso i social network raccontano però un’altra storia: secondo loro, un gruppo di militanti dei “colectivos”, che spesso circolano armati, si sono riversati in forze nel quartiere per attaccare i manifestanti, senza che la forze di sicurezza siano intervenute per controllarli.  Accolti con il frastuono delle pentole – il “cacerolazo” che caratterizza la protesta antichavista – e il lancio di bottiglie e altri oggetti, i “colectivos” avrebbero sparato verso le finestre, incendiato un automobile e distrutto l’ingresso di vari palazzi alla ricerca di manifestanti, poi arrestati e malmenati dalla Guardia Nazionale. Comunque sia andata, tutto sembra indicare che tanto i presunti militanti dei “colectivos” quanto gli anti-chavisti che vivono nei palazzi di Los Ruices sono intervenuti nella sparatoria, accusandosi poi a vicenda di aver scatenato la situazione di violenza.  Carlos Ocariz, sindaco di Sucre (comune al quale appartiene la zona degli scontri) e dirigente di Voluntad Popolar ha condannato la “brutale repressione” delle forze di sicurezza ma affrettandosi a stigmatizzare anche “la violenza di chi spara”. L’imbarazzo di Ocariz illustra la difficile situazione in cui versa l’opposizione, scavalcata da un’ondata di proteste che essa non ha organizzato e che non controlla, e il cui esito, in mancanza di un obbiettivo chiaro, sembra quanto mai incerto. Dalla parte del governo, dopo un mese di proteste e più di 20 morti, diventa ogni volta più arduo difendere la tesi ufficiale del “golpe soft” orchestrato da Washington negando gli evidenti eccessi della repressione. La “conferenza di pace” lanciata da Nicolás Maduro non sembra aver avuto nessun effetto tangibile sulla protesta e in mancanza di una mediazione accettata dalle due parti nulla sembra poter frenare la spirale della violenza, che potrebbe aggravarsi ulteriormente.

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