La giornata politica: E’ già finita la luna di miele di Renzi?

Pubblicato il 07 marzo 2014 da redazione

ROMA. – La ”luna di miele” del governo Renzi rischia di essere più breve di quella dei suoi predecessori, Monti e Letta. Tutte sono durate meno dei canonici 100 giorni di fiducia che si attribuiscono tradizionalmente ai nuovi esecutivi ma quella del Rottamatore dimostra già le prime rughe. Il leader democratico parla di ”critiche ridicole” anche da parte di chi stava con lui fino a poco tempo fa, ma è chiaro che non tutti i dubbi che serpeggiano nella maggioranza possono essere liquidati come pregiudizi degli avversari. Lo dimostra la polemica che prende quota tra Bruxelles e Roma. Se l’intento del premier italiano era quello di aprire un varco in Europa sulla questione dei tetti del patto di stabilità, bisogna riconoscere che Renzi ha trovato pane per i suoi denti. Gli euroburocrati, infatti, hanno fatto sapere che i fondi per lo sviluppo (che già l’Italia non riesce ad impiegare totalmente) non possono essere usati per abbattere il cuneo fiscale. Una replica implicita al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan alla quale ha risposto Filippo Bubbico derubricando l’ipotesi italiana a semplice provocazione per aprire un dibattito sull’impiego di questo denaro ufficialmente riservato ai processi d’innovazione. La polemica ha del surreale e tradisce la fragilità della posizione del nostro governo su quel fronte in cui si sono impantanati anche i predecessori. In qualche modo la sua radice è nei ”conti della discordia” che sarebbero stati trasmessi da Saccomanni a Padoan, con uno scambio di critiche al curaro che a Forza Italia ricorda molto la micidiale ”lite delle comari” tra i ministri Andreatta e Formica che determinò nel 1982 la crisi del secondo governo Spadolini. Difficile addebitare tutto alla mancata crescita, come fa il popolare Lorenzo Dellai. In realtà dietro queste schermaglie c’è la strategia renziana di puntare sul semestre italiano di presidenza della Ue per incrinare il merkelismo dei vertici Ue: è chiaro però che se i numeri non lo sosterranno, non ci saranno nemmeno gli spazi di manovra. Ciò spiega perché Angelino Alfano, che è sulla stessa linea, attribuisca al varo delle riforme un’importanza decisiva: se ciò non accadrà, il nostro Paese non potrà imporre nessun ”cambio di verso”. Renzi affida ai provvedimenti in agenda per il 12 marzo, e in particolare al Jobs Act e al piano casa, le sue speranze di mostrarsi davvero innovativo. Al momento non lo impensieriscono nemmeno le accuse di Susanna Camusso di sottovalutare il rapporto con le parti sociali. Il suo unico obiettivo è di provare al’opinione pubblica che esistono le risorse per generare la ripresa, in implicita polemica con Letta. Il secondo traguardo da tagliare immediatamente è l’approvazione dell’Italicum, aggirando le polemiche sulla ”parità di genere” delle liste che sta mettendo a dura prova il rapporto con Silvio Berlusconi (Fi è contraria alla norma). Gli azzurri non perdono occasione di dirsi delusi del primo bilancio del governo e di sottolineare come l’appoggio di Forza Italia sia stato determinante di fronte ai franchi tiratori (forse più numerosi delle attese). Ma tutti sanno che le vere insidie affioreranno nelle votazioni a palazzo Madama: Renato Schifani fa sapere che il Senato non sarà il notaio della Camera. E’ un modo per il Nuovo centrodestra di mostrare bandiera: al di là delle eventuali correzioni del testo, si tratterà di un test importante in vista della discussione della riforma delle riforme, l’abolizione del Senato stesso e la sua trasformazione in Camera delle autonomie che cancellerebbe dalla Costituzione italiana il bicameralismo perfetto. Un passo storico sul quale molti restano scettici. Intanto i centristi stanno tentando di riorganizzarsi sotto l’ombrello del Ppe. L’Udc punta esplicitamente ad un ”percorso comune” con l’Ncd e i popolari di Mario Mauro per dare vita ad un quarto polo moderato. Il Ppe italiano è una vecchia chimera, rispolverata negli ultimi tempi da Pierferdinando Casini: nel nostro Paese deve fare i conti con l’ingombrante presenza di Forza Italia e nulla fa pensare che stavolta le cose siano diverse dal passato. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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(ANSA) - MILANO, 15 DIC - "Se nel 2005 ci fosse stata la 'moviola in campo' Calciopoli non sarebbe esplosa e il Bologna non sarebbe retrocesso". Lo ha detto l'ex patron del 'vecchio' Bologna, Giuseppe Gazzoni Frascara Nel 2005 il 'vecchio' Bologna retrocesse in B e fallì. A distanza di 12 anni, Gazzoni Frascara ricorda gli anni della retrocessione e commenta quanto accaduto negli anni successivi. "A farmi rilevare questa riflessione sulla Var - ha aggiunto - è stato mio nipote Giuseppe, figlio della mia primogenita Enrica. Calciopoli è stata solo una questione di arbitri che se andavano bene diventavano internazionali. E per andare bene favorivano il potente di turno". L'utilizzo della Var è "una buona idea. Se ci fosse stata - ha proseguito Gazzoni - in quella famosa gara del 2005 Bologna-Juve (0-1), la partita sarebbe finita probabilmente in pareggio. L'arbitro fischiò per una punizione contro il Bologna che non esisteva che poi portò alla vittoria della Juve. Quella partita ci portò alla retrocessione".

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