La giornata politica: Renzi ha deciso di portare la sua offensiva anche sul fronte di Bruxelles

ROMA. – La polemica a distanza con la Bce, che rimprovera all’Italia di non aver fatto nessun progresso nella riduzione del deficit, dimostra che Matteo Renzi ha deciso di portare la sua offensiva anche sul fronte di Bruxelles. Come? Semplicemente con un rapporto di reciprocità. Il governo rispetterà gli impegni ma anche l’Europa deve cambiare, spiega il Rottamatore sul filo di un pensiero peraltro condiviso dalle massime cariche dello Stato. Come ha detto la presidente della Camera Laura Boldrini, a Bruxelles serve una svolta perché la politica dell’austerità ad ogni costo non regge più. Il premier, insomma, non si lascia intimidire dalla sortita dei banchieri europei che, all’indomani della presentazione del suo programma, hanno implicitamente invitato il governo italiano a non toccare i decimali sotto il 3 per cento del Pil che invece dovrebbero contribuire alla manovra; addirittura sembrano suggerire nuovi sacrifici per toccare quota 2 per cento. Nel fine settimana il premier-segretario incontrerà in successione Fran&Daggerois Hollande ed Angela Merkel: saranno questi i due colloqui decisivi per capire se l’Europa approva davvero la svolta renziana. All’appuntamento, il Rottamatore si presenta forte di una convinzione: l’Unione europea ha più bisogno dell’ Italia di quanto l’Italia abbia bisogno dell’Unione europea. Ciò naturalmente non significa aprire uno scontro preventivo, ma chiedere almeno parità di trattamento grazie al cammino di riforme appena impostato e all’imminente semestre di presidenza italiana che un peso lo ha sul tavolo del negoziato. L’arma preferita di Renzi resta quel ”mettere la faccia” su tutto ciò che fa: così, per garantire che il 27 maggio i lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro al mese avranno il loro aumento in busta paga, il premier autorizza a chiamarlo ”buffone” se ciò non accadrà. Ammette esplicitamente che c’è del markenting nelle sue dichiarazioni, ma del resto è qualcosa a cui il Paese è abituato dopo il ventennio berlusconiano. L’obiettivo di Renzi è quello di giungere alle elezioni europee con qualche risultato tangibile. Si tratta infatti del suo primo test elettorale e sarebbe imbarazzante perderlo contro gli euroscettici. Il grillino Luigi Di Maio, infatti, fa sapere di essere in possesso di sondaggi che farebbero del Movimento 5 Stelle il primo partito italiano. Per bloccare questo trend al premier non resta che una strada: disegnare una sinistra di governo vincente che richiami l’esperienza di Tony Blair e che soprattutto trasmetta la sensazione di un programma per così dire social-liberale, esattamente come fu quello del leader laburista. Si tratta di una scommessa politica piuttosto rischiosa. Per due motivi: il malessere della sinistra democratica che si trova improvvisamente circoscritta in una sorta di riserva e lo speculare malumore dei berlusconiani che, nell’accettare il patto sulle riforme, avevano forse sottovalutato gli effetti della britzkrieg renziana. Gianni Cuperlo, leader della minoranza interna del Pd, ammette che la redistribuzione delle risorse preannunciata da Renzi è un’operazione tipicamente di sinistra. Nichi Vendola e Susanna Camusso non possono che convenire. Ma ciò significa riconoscere che Renzi è riuscito là dove avevano fallito tutti gli altri leader democratici: per la prima volta tornano nelle tasche del ceto medio-basso un po’ di soldi dopo anni di tassazione crescente. In tal senso, la polemica sulla legge elettorale (che dovrà essere discussa in seconda lettura solo dopo l’abolizione del Senato, dunque con tempi medio-lunghi) rischia di assumere i toni della battaglia di retroguardia. Renzi non solo ha realizzato un’operazione che molti giudicavano impossibile, superando le resistenze di destra e sinistra, ma si è anche impossessato di idee che provenivano proprio dall’area dell’ opposizione interna e dai suoi predecessori alla guida del governo: e minaccia di dimostrare che esse erano perfettamente realizzabili. Un bel problema che riguarda in fondo anche Berlusconi ed Alfano (che cerca di intestarsi il blocco della patrimoniale). Al di là della simpatia umana verso il Rottamatore, Berlusconi corre il pericolo di passare per un venditore di fumo se davvero Renzi riuscirà in pochi mesi a fare quello che a lui non è riuscito: pagare i debiti della Pubblica amministrazione, riformare il mercato del lavoro, abbassare le tasse e perfino dare una sforbiciata all’Irap. Per di più tagliando i costi dell’odiata burocrazia e dei top manager di Stato (vecchio cavallo di battaglia del centrodestra) e i suoi simboli come le auto blu. Ciò spiega le bordate polemiche dei forzisti all’ indirizzo delle ”chiacchiere” di un uomo che comincia a calamitare le attenzioni dell’elettorato moderato.  (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)