Bruxelles aspetta Renzi, dialogo su riforme e conti

Pubblicato il 19 marzo 2014 da redazione

BRUXELLES. – Bruxelles si prepara al primo vero confronto con il nuovo premier italiano Matteo Renzi, di cui finora ha visto e sentito grandi cose: il piano di riforme è stato subito accolto con favore dalla Commissione, e sarà quella la base di partenza dell’incontro di domani con il presidente dell’esecutivo europeo Josè Barroso. La Commissione, colpita positivamente dalla rapidità d’azione del nuovo Governo e dalle misure presentate che vanno nella direzione indicata dalle sue raccomandazioni, non fa però per ora aperture concrete: intanto non si fida degli annunci, anche per una cattiva reputazione che grava da tempo sull’Italia, e poi perché i margini di manovra sono molto stretti, aggirabili solo con una decisione politica. Barroso si farà domani un’idea più chiara di quello che l’Italia intende fare per affrontare le sue debolezze, e da parte sua spiegherà a Renzi perché la Commissione ha deciso due settimane fa di declassare gli squilibri macroeconomici italiani ad eccessivi. Perdita di competitività, debito pubblico che non scende, disoccupazione che aumenta, crescita bassa, aggiustamento strutturale insufficiente: tutti elementi che preoccupano Bruxelles tanto da aver deciso di rafforzare la sorveglianza dell’Italia. Ma sono anche tutti gli elementi che hanno orientato l’azione di Governo: taglio di Irpef-Irap per aiutare disoccupazione e competitività finanziato dalla spending review per non fare nuovo debito, Jobs Act per aiutare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Dalla ricetta del Governo restano fuori però riduzione del debito ed aggiustamento strutturale, due voci su cui l’Europa insiste perché rese obbligatorie dai vincoli del Fiscal Compact. Il Fiscal Compact prescrive di raggiungere la ‘regola d’oro’ del pareggio di bilancio in termini strutturali (un deficit strutturale di 0,5%), scritta in tutte le Costituzioni della zona euro, entro il 2014. La legge di stabilità di novembre scorso ha spostato l’obiettivo al 2015. L’Italia, secondo le stime Ue, ha un deficit strutturale di 0,6 nel 2014 che salirà a 0,8 nel 2015. Per questo la Commissione ci chiede sforzi in più su questo fronte. Il Fiscal Compact – inglobando una norma prevista dal Six Pack – prevede inoltre che qualora il rapporto debito pubblico/Pil superi il 60%, il Paese s’impegna a ridurlo di 1/20 all’anno per la parte eccedente. Ma ci sono dei margini che teoricamente l’Italia potrebbe utilizzare: il ritmo di riduzione deve infatti tenere conto di alcuni ‘fattori rilevanti’, e se l’Italia riuscisse a far valere come eccezione, ad esempio, una recessione più grave del previsto, potrebbe rinegoziare gli sforzi. Del resto, sanzioni e richiami non scattano automaticamente ma sono anche frutto di una decisione ‘politica’ che la Commissione prende in base ad altri fattori come ad esempio la stabilità e affidabilità del Paese o la stabilità finanziaria della zona euro. Se l’Italia non ha mai dato molte garanzie sul primo fronte, la Francia, che ha ottenuto più tempo per tagliare il deficit, ha invece beneficiato un anno fa anche della ripresa in Eurolandia e del dibattito che dal rigore si era spostato sulla necessità di crescita. L’Italia ha ora quindi due argomenti in più nel dialogo con la Ue: la spending è ormai una realtà e le riforme sono alle porte. Tutti punti guadagnati sul fronte affidabilità. (Chiara De Felice/ANSA)

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