Putin chiama Obama, prove di disgelo dopo ultimatum

Pubblicato il 28 marzo 2014 da redazione

 MOSCA. – Prima lo scambio di accuse e recriminazioni, poi – all’improvviso – una telefonata che potrebbe segnalare l’avvio di un fase di graduale disgelo sulla crisi ucraina. Vladimir Putin ha chiamato Barack Obama, in visita in Arabia Saudita dopo la tappa di ieri di Roma, per discutere di una proposta di soluzione diplomatica messa sul tavolo dagli Usa per uscire dal clima da nuova ‘Guerra Fredda’ innescato dalla rivolta di Kiev e dalla successiva annessione della Crimea da parte russa. Il compromesso resta per ora appeso a una serie di condizioni. Ma il fatto che i due leader si siano parlati lascia intravvedere più di uno spiraglio. Della proposta americana, già illustrata nei giorni scorsi all’Aja dal segretario di Stato John Kerry al capo della diplomazia del Cremlino, Serghiei Lavrov, non si sa granché. La Casa Bianca si è limitata a far sapere che si tratterebbe di una via d’uscita “diplomatica”, che Obama ha chiesto a Putin una risposta scritta e che ha avvertito il presidente russo che la sua praticabilità è legata all’ impegno di Mosca di astenersi da “ulteriori violazioni” della sovranità ucraina, ritirando i rinforzi che, secondo Washington sarebbero, stati ammassati al confine. Come a dire che la questione Crimea viene di fatto accantonata e l’attenzione si concentra a evitare ulteriori focolai nelle regioni russofone dell’Ucraina orientale e meridionale. Regioni sulle quali Putin nega del resto di avere ambizioni, come conferma nelle stesse ore in una seconda telefonata al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, dopo la quale quest’ultimo assicura di aver avuto formale rassicurazione sulla volontà di zar Vladimir di non ordinare azioni militari. Quelle stesse azioni militari che ancora fino al pomeriggio apparivano invece al centro degli allarmi americani, fra sospetti, smentite e reciproche dichiarazioni polemiche. “Mosca deve ritirare le truppe” dal confine, aveva intimato da Riad Obama, accreditando così le voci che si accavallano da giorni sul dispiegamento di soldati russi pronti a invadere il sud-est dell’Ucraina. Voci rilanciate oggi dal Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino è “pronto per una offensiva su vasta scala” con “quasi 50 mila” militari lungo la frontiera. La Russia aveva da parte sua negato sdegnata, accusando l’Occidente di essere disinformato o in malafede, perché dalle recenti ispezioni internazionali, condotte in cielo come in terra da osservatori non certo filo-russi (ucraini, estoni, lettoni, lituani, tedeschi, svizzeri, belgi e francesi), non erano emerse irregolarità. “A che servono queste verifiche se i loro risultati non influenzano la politica, nel caso specifico l’approccio degli Usa e dei Paesi Nato sullo scenario ucraino?”, s’era chiesto il portavoce del ministero degli Esteri. Da giorni continuano d’altronde a inseguirsi voci e moniti sulla concentrazione di militari russi al confine, dai 20 mila di fonti americane ai 100 mila di fonti ucraine. E anche il generale Philip Breedlove, capo delle forze Nato in Europa, aveva parlato di forze russe “consistenti” alla frontiera orientale con l’Ucraina. Stando all’interpretazione del Wall Street Journal, le analisi Usa “suggeriscono che Putin abbia posizionato in effetti le proprie forze per premunirsi nel caso decida di espandere la sua conquista della Crimea, prendendo altro territorio ucraino”. La domanda che si poneva fino a ieri un alto funzionario dell’amministrazione Obama era “se la decisione politica fosse già stata presa” o meno. Le telefonate di stasera sembrano far oscillare le aspettative verso la risposta più rassicurante, e che magari Putin abbia rafforzato le sue posizioni (a dar credito ai rapporti d’intelligence occidentali) per poi trattare. Ma anche riguardo all’esito di una trattativa che somiglia a una delicatissima partita a scacchi, molto dipenderà anche dall’epilogo dell’inquieta campagna per le presidenziali ucraine del 25 maggio e dalle garanzie che Kiev riuscirà a dare, anche nella riforma costituzionale, agli interessi russi: tutela delle minoranze russofone e non adesione alla Nato. Altrimenti potrebbe palesarsi lo spettro di un blitz, magari giustificato dai referendum regionali sollecitati oggi dal deposto presidente ucraino Viktor Ianukovich o dalle tensioni di piazza nel sud-est, vere o provocate che siano. Obama ha rilanciato a Putin anche l’appello ad “aprire negoziati diretti con il governo ucraino e la comunità internazionale”, accompagnando il cammino di Kiev “verso la democrazia”. E ha rifiutato “l’idea che ci sia una sfera di influenza” che “possa giustificare la Russia a invadere altri Paesi”. Gli Stati Uniti, ha garantito, “non hanno alcun interesse ad accerchiare Mosca” e Putin “ha certamente travisato la nostra politica estera”. Chiamandolo, il presidente russo ha mostrato stasera di essere disposto ad andare a vedere le carte dell’interlocutore, anche per evitare le inevitabili conseguenze economiche di un braccio di ferro prolungato. Ma che il Cremlino si fidi resta tutt’altra cosa.  (Claudio Salvalaggio/ANSA)

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