La giornata politica: O si approvano le riforme o si torna alle urne

Pubblicato il 31 marzo 2014 da redazione

ROMA. – Come un buon giocatore sicuro di avere in mano le carte vincenti, Matteo Renzi ha alzato la posta. Di fronte all’inedita sfida del presidente del Senato Piero Grasso, che ha dato voce alle perplessità che serpeggiano tra alcuni costituzionalisti e nella minoranza democratica, il premier ha fatto approvare dal Consiglio dei ministri (all’unanimità) il piano delle riforme, strettamente collegato al Def, il cui piatto forte è l’abolizione del Senato. Una mossa non improvvisata perché fornisce una risposta in tempo reale a Silvio Berlusconi, che gli chiede di rispettare il patto del Nazareno, e ai ”benaltristi”, ai professionisti dell’appello, ai quali il Rottamatore fa sapere di aver giurato sulla Costituzione e non sulle opinioni di Rodotà e Zagrebelski. Il gioco di Renzi è chiaro: forte dei sondaggi che dicono come la linea di far pagare il conto alla politica sia oggi la più popolare, il premier dice che stavolta o si approvano le riforme o si torna alle urne. Dire di essere pronto alle dimissioni in caso di affossamento del suo programma, infatti, significa in sostanza sottolineare l’assenza di alternative: ed è questa la forza del segretario del Pd. Il quale si dichiara totalmente contrario alle frenate del presidente del Senato (che in serata ha tenuto a precisare di essere sempre stato favorevole alle riforme) e sicuro che non ci sarà nessun Vietnam parlamentare (come teme il forzista Romani che ”ha visto troppi film”). Naturalmente il presidente del Consiglio sa benissimo che alle spalle dell’improvviso irrigidimento di Forza Italia (che chiede di approvare prima l’Italicum e poi la riforma del Senato) c’è dell’altro: l’imminenza della sentenza che affiderà Berlusconi ai servizi sociali (o forse lo spedirà ai domiciliari) e dunque la necessità di capitalizzare qualcosa prima che il Cavaliere veda sostanzialmente circoscritta la sua capacità d’azione. L’impressione è che il leader azzurro punti ad un nuovo incontro prima dell’11 aprile, quando sarà resa nota la decisione della magistratura, ma il Rottamatore è stato abile nel sottrarsi al nuovo abbraccio, garantendo la tenuta del suo partito e chiedendo che Berlusconi faccia altrettanto. Il patto sulle riforme in sostanza rimane quello e spetta ai contraenti dimostrare di saperlo gestire. In questo percorso ad ostacoli (il cui lieto fine non è scontato, ammette), Renzi punta sul propellente degli aumenti in busta paga promessi al ceto medio e sul fatto che il piano delle riforme (con tagli fortemente simbolici come l’abolizione del Senato, la cancellazione del Cnel e la semplificazione del rapporto Stato-regioni) possano avere un forte impatto emotivo sull’opinione pubblica alla vigilia di un test elettorale importante come quello delle elezioni europee. Lo scontro con Grasso, in questa cornice, ha qualcosa di inedito. Non si era mai visto prima un premier contestare così fermamente un presidente di assemblea (espresso dal suo stesso partito) ”che sbaglia” sulle regole istituzionali perché non rispetta il suo ruolo di arbitro e nemmeno la linea del gruppo che lo ha espresso. L’imbarazzo del Quirinale (che ha fatto sapere di essere favorevole da tempo alla fine del bicameralismo perfetto ma di essersi astenuto dall’intromettersi nel dibattito tra governo e forze politiche) e il tentativo di mediazione della presidente della Camera Laura Boldrini la dicono lunga sulla delicatezza di una polemica che minaccia di minare i rapporti istituzionali. E’ come se Renzi, infastidito dalla sortita di Grasso, abbia deciso di cogliere tutti i suoi avversari in contropiede. E’ finito il tempo dei rinvii, ha spiegato infatti, e si è chiusa definitivamente una fase trentennale di discussioni che non hanno portato mai da nessuna parte. Voglio proprio vedere, ha detto in un’intervista, chi si assumerà la responsabilità di bloccare una riforma che piace alla gente e votata sia alle primarie che in due Direzioni del Pd. I numeri dicono che il premier-segretario ha con sé il grosso del partito e che adesso spetta agli altri partiti dimostrare la propria tenuta. Beppe Grillo sembra spiazzato: accusa Renzi di aver vissuto finora da vecchio democristiano e di covare una svolta autoritaria. Ma su questo terreno per ora i sondaggi non lo premiano. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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