Operazione Mare Nostrum: la San Giorgio ne salva altri mille

Pubblicato il 11 aprile 2014 da redazione

DA BORDO DI NAVE SAN GIORGIO. – I bambini giocano, come sempre: un guanto in lattice trasformato in palloncino e la mamma accanto sono più che sufficienti per scacciare la paura. Tutti gli altri, uomini e donne, formano un tappeto umano lungo quaranta metri e largo venti disteso nel ponte garage di nave San Giorgio; la metà sono senza scarpe, quasi tutti dormono esausti, dopo due giorni passati in mare. Alla fine della giornata sono un altro migliaio i migranti che arriveranno sani e salvi in Italia grazie al dispositivo che il nostro paese ha schierato nel Mediterraneo dopo il naufragio di Lampedusa. Anche se, purtroppo, qualcuno non ce la fa: è il caso di un ventenne maliano, sbarcato a Pozzallo, morto nell’ospedale di Ragusa. La magistratura indaga. A bordo ci sono somali, eritrei, nigeriani, siriani, ghanesi che vanno ad aggiungersi agli oltre 2.500 già sbarcati nell’ultima settimana e che saranno seguiti da altri, perché il flusso di chi scappa dall’Africa non si ferma: “Abbiamo appena individuato un gommone con a bordo un centinaio di persone verso il quale sta facendo rotta nave Euro”, dice il comandante dell’operazione Mare Nostrum, l’ammiraglio Mario Culcasi sapendo bene che non sarà l’ultimo e dunque sperando soltanto che sia per i suoi uomini almeno l’ultimo della giornata. “In questi giorni c’è stato un vero e proprio esodo; abbiamo raccolto oltre tremila persone ed è stata un’impresa molto difficile ma possibile grazie alla dedizione di tutti. Per il momento ce l’abbiamo fatta”. Quando finira? “E’ una domanda difficile, perché il flusso è continuo. E dunque penso che ne avremo ancora per un po’”. La conferma arriva poco dopo, quando una motovedetta della Guardia di Finanza intercetta un altro gommone. Ma non è questo che interessa di più all’ammiraglio. Quel che conta, per lui e a dire il vero per tutti gli uomini che sono a bordo di nave San Giorgio e di tutte le altre imbarcazioni della Marina, delle Capitanerie di Porto, della Guardia di Finanza che pattugliano il mare, è salvare vite. “Arrivare prima che il peggio accada è fondamentale, dobbiamo salvare tutti”. Parole che ripetono tutti i membri dell’equipaggio, dal comandante in seconda che coordina le operazioni nel ponte garage fino all’ultimo marinaio, dai poliziotti che identificano i migranti ai medici che con un ecografo portatile fanno vedere ad una donna al nono mese di gravidanza per la prima volta le immagini di suo figlio: “Questa è la manina poggiata sul viso, però da quello che si vede dovremmo farcela a non diventare zii in mare”. Alle nove di mattina nella pancia del San Giorgio ci sono già i primi migranti; i mezzi da sbarco fanno la spola tra la nave madre e le altre del dispositivo di Mare Nostrum che in nottata li hanno raccolti da sette diversi barconi. Otto ore dopo sono ancora in mare e il ponte garage è pieno. Uomini, la maggioranza, da un lato; donne dall’altro; nuclei familiari da un altro ancora: tutti seduti per terra su dei cartoni, divisi da una tenda, che è il massimo dell’intimità possibile. Per mille persone ci sono sei bagni chimici, e anche questo è il massimo che si possa fare in queste condizioni, con una nave che può ospitare trecento persone e che da giorni ne prende a bordo quattro volte tanto. L’altra divisione che viene fatta è quella per barconi di provenienza: serve per consentire alla polizia una più rapida identificazione e, allo stesso tempo, ad individuare meglio i possibili scafisti. Nonostante l’odore e le condizioni obiettivamente difficili, nessuno si lamenta: questa gente ha subito soprusi e violenze per mesi, ha dovuto pagare aguzzini per i quali la vita vale nulla, ha visto morire amici e molto spesso parenti. Così stanno seduti tranquilli, molti dormono come possono. Altri, semplicemente, aspettano che anche questo momento passi, come è passato il viaggio nel deserto e la traversata in mare. L’unica cosa su cui molti di loro hanno da ridire sono le impronte digitali. Diversi non se le fanno prendere, perché non vogliono rimanere in Italia, bloccati da un regolamento europeo, quello di Dublino, tanto assurdo quanto ingiusto. “Certo che non mi faccio prendere le impronte – dice Kibron, scappato dall’Eritrea – se lo faccio rischio di perdere la mia famiglia e dover rimanere qui. Io voglio andare in un altro paese”. Dall’Eritrea arriva anche Malam, una ragazza di 20 anni partita con un gruppo di amiche. “Ho pagato 1.600 dollari ma non so da quale città siamo partiti. – racconta – Ci hanno portato sulla costa e fatto salire su un gommone con altre 240 persone”. Hai avuto paura?. “Tutti dicono che è una strada pericolosa, che potresti morire. Ma se non hai scelta la prendi”. Quando va giù il sole non è ancora finita. Nave San Giorgio e a 70 miglia da Tripoli e arriva la segnalazione di un gommone intercettato da una motovedetta della Guardia di Finanza. L’ammiraglio Culcasi mette la prua della nave a sud e dà l’ordine di dirigersi verso il punto di contatto. “Prendiamo anche loro”. (Matteo Guidelli/Ansa)

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