La giornata politica: Un successo alle europee sarebbe l’apertura di un ciclo

ROMA. – L’effetto Renzi pesa sulla partita delle nomine non meno che sulle riforme: ed è ciò che conta per un governo che ambisce a presentare ai cittadini, prima delle europee, un reale cambiamento di indirizzi. Naturalmente si tratta di una partita tanto complessa da giustificare le lunghe riunioni sull’asse Quirinale-Palazzo Chigi e anche la decisione di incontrare a sorpresa Silvio Berlusconi. Il Rottamatore non rinuncia a dare la propria impronta a negoziati capaci di condizionare i prossimi mesi: un valzer di avvicendamenti, l’ingresso delle ”quote rosa” negli enti pubblici, il tenere vivo il canale di dialogo aperto con il patto del Nazareno ne sono la dimostrazione palpabile. Il premier sa di poter contare, per il momento, sulla compattezza del Pd. Come ha rilevato Massimo D’Alema, non potrebbe essere diversamente: ”Se fallisce Renzi, falliamo tutti noi”, ha commentato. Un successo alle europee viceversa sarebbe il presupposto di apertura di un ciclo. Ciò spiega il mutamento di accenti della minoranza interna. Gianni Cuperlo ha garantito ”spirito costruttivo” perché ”Renzi è il nostro leader”: i democratici devono svolgere una campagna elettorale unitaria che non disorienti l’opinione pubblica. Ne deriva che il capo del governo può escludere sgradite sorprese sul terreno delle riforme: non a caso, si sono smussati i toni sulla riforma del Senato (Gustavo Zagrebelsky ha giudicato accettabile un sistema monocamerale a condizione che esistano garanzie e contrappesi). Quanto al decreto lavoro, saranno possibili forse alcuni emendamenti ma i contenuti essenziali restano ”immodificabili” (lo chiede il Nuovo Centrodestra con Maurizio Sacconi). Il Rottamatore ha avuto l’abilità di far coincidere la discussione con l’apertura della campagna elettorale, cioè con il momento in cui per la minoranza democratica è praticamente impossibile condurre una battaglia ad oltranza contro la maggioranza senza compromettere le prospettive di tutto il partito. Cuperlo ha dovuto escludere in particolare qualsiasi convergenza nel voto con Fi che si rivelerebbe incomprensibile per la sua base. Ciò significa che i berlusconiani al Senato rischiano di restare isolati nella richiesta di modificarne radicalmente il riassetto. Del resto l’ultima defezione nelle file azzurre, quella di Paolo Buonaiuti, storico portavoce del Cavaliere, sta lì a dimostrare come la scelta della linea dura non sia condivisa da tanti forzisti della prima ora. Molto dipenderà anche dalle decisioni finali della magistratura su Berlusconi. L’affido ai servizi sociali lascia un certo spazio all’agibilità politica reclamata dal leader in vista della campagna elettorale. Per il Cav resta il problema di non dare implicitamente ragione ad Angelino Alfano nella scelta di sostenere comunque il governo in questa fase economica delicatissima in cui si comincia a parlare sottovoce di deflazione e allo stesso tempo di difendere il suo profilo di ”padre costituente” e il peso del partito su alcune nomine. Renato Brunetta insiste nelle accuse a Renzi di aver camuffato i conti pubblici per drogare le elezioni, Paolo Romani chiede di ridiscutere il progetto di un Senato delle autonomie affidato ai sindaci. Si tratta di trovare uno spazio che induca il tradizionale elettorato moderato a dare ancora fiducia agli azzurri, orfani della presenza in lista del capo carismatico. Dietro a tutto ciò si intuisce lo scontro sulla futura fisionomia del centrodestra. Alfano punta a creare con Casini e Mauro il nucleo di uno schieramento centrista collegato al Ppe che faccia da traino. Roberto Maroni teme un’ondata di assenteismo e scruta ”le evoluzioni” di Berlusconi per capire quale sia il progetto che ha in mente a cavallo tra lotta e dialogo con Renzi. Tutti dovranno comunque fare i conti con Beppe Grillo, sempre più radicale nelle critiche a Napolitano, Renzi e alla destra. Il leader genovese non ha esitato a strumentalizzare la Shoah e il libro di Primo Levi (”Se questo è un uomo”) per attaccare il capo dello Stato e il premier, accusandoli di lasciare il paese in mano alla mafia e alla P2. Esecrazione generale per una ”infame provocazione”, per usare le parole della comunità ebraica, che tradisce un pericoloso oltranzismo sul quale il M5S sembra giocare tutte le sue carte elettorali. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

 

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