La giornata politica: Il governo pone la fiducia

ROMA. – Il primo serio scontro politico all’ interno della maggioranza, quello sul decreto lavoro, è stato risolto da Matteo Renzi con un colpo d’autorità. In tal senso va letta senz’altro la decisione di porre la fiducia sul testo modificato in commissione alla Camera, dopo la minaccia dei centristi di non votare la nuova versione di un provvedimento concepito per rilanciare l’occupazione. Difficile sottrarsi all’impressione che il braccio di ferro ingaggiato dal Nuovo centrodestra e da Scelta civica abbia spiegazioni anche di carattere elettorale: non sono piaciute infatti le novità introdotte – accusano i centristi – dalla sinistra del Pd. Ma forse Angelino Alfano non ha scelto il terreno migliore sul quale marcare la propria identità: al di là dello scambio di accuse su chi abbia ceduto che cosa, Ncd e Sc non hanno avuto altra scelta che confermare la fiducia all’ esecutivo perché difficilmente l’opinione pubblica avrebbe capito una crisi sul terreno delle percentuali e delle proroghe quando per la prima volta si vota una riforma della legge Fornero e, come dice il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, le distanze appaiono ”limitate”. In altre parole, Alfano sembra avere esagerato con la sua accelerazione contro il Pd e deve essere stato un po’ questo il tenore della telefonata intercorsa con il Rottamatore: il cammino del governo si svolge sul filo del rasoio e la pretesa di isolare completamente la minoranza democratica non avrebbe altro effetto che quello di complicarne il cammino. Del resto il premier è consapevole di giocare una partita a scacchi piena di trabocchetti. Il decreto Irpef è ancora in gestazione e dalle opposizioni rimbalza continuamente l’accusa della mancanza delle coperture; quanto alle riforme, da Forza Italia giunge la richiesta di un nuovo vertice con Berlusconi perché al Senato – denuncia l’azzurro Donato Bruno – ci sarebbe una maggioranza trasversale favorevole all’elezione diretta del secondo ramo del Parlamento, anche se trasformato in assemblea delle autonomie locali. Naturalmente bisogna distinguere le forzature elettorali dalla realtà dei fatti. I berlusconiani hanno il problema di una campagna elettorale da svolgere con il proprio leader che deve inventarsi un nuovo modo di raggiungere l’elettorato moderato (viste le restrizioni dell’affido ai servizi sociali). Ma Renzi sa bene che i suoi alleati non hanno altra scelta che quella di seguirlo nella sua marcia a tappe forzate verso nuovi obiettivi (come la riforma della Pubblica amministrazione e della giustizia). Il voto di fiducia imposto sul decreto lavoro, e l’allineamento dei centristi, dimostra proprio questo: l’assenza al dunque di alternative credibili a questo governo. Ciò significa tuttavia che il fossato tra alfaniani e forzisti non può che approfondirsi, sia pure per motivi di contingenza elettorale: in gioco c’è il controllo del voto moderato per quando si tratterà di tornare a discutere alleanze per le politiche. Ciò non può far piacere ad Alfano perché grandi distanze rendono il compito della riunificazione del centrodestra assai arduo. Il Movimento 5 Stelle non ha questo problema. La linea dei grillini è quella di un’opposizione senza sconti, euroscettica e allergica alle alleanze. Beppe Grillo conta di giocare le sue carte sulla ”cattura” del voto degli indecisi e dei potenziali astensionisti (quasi il 50 per cento in tutti i sondaggi) e attacca Renzi sugli atteggiamenti da ”televenditore”. L’ultimo sarebbe a suo giudizio l’annuncio di togliere il segreto di Stato sulle stragi: era già tutto pubblico per legge, si legge nel suo blog, e la cosa assomiglia alla promessa che fu fatta da Reagan di far conoscere la verità sugli Ufo. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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