La giornata politica: L’alternativa sarebbe il ritorno alle urne

Pubblicato il 29 aprile 2014 da redazione

ROMA. – L’intesa sulla riforma del Senato raggiunta all’interno del Pd è frutto di un compromesso. Ma anche della minaccia di dimissioni più volte ribadita dal premier se il testo proposto dal governo dovesse uscire troppo rimaneggiato dagli estenuanti negoziati con la minoranza interna. Matteo Renzi, in altre parole, esce per ora vincitore dal braccio di ferro con i dissidenti sull’elettività del futuro Senato delle autonomie (che resterà indiretta), però cede qualcosa sul timing (il testo del governo non sarà votato prima del 10 giugno) e sul modo di eleggere i futuri membri dell’ assemblea. Insomma, cammina ancora ai bordi della palude. La trattativa con Forza Italia (che al momento boccia l’intesa raggiunta in casa democratica) deve ancora iniziare, sebbene Graziano Delrio si dica convinto che Silvio Berlusconi manterrà i suoi impegni. Il punto politico non è tanto la tenuta del patto del Nazareno, vista la determinazione con la quale il premier difende la necessità di ”tenere dentro” gli azzurri, quanto gli scarti improvvisi del Cavaliere dettati da esigenze elettorali. Il Rottamatore non può che condannare le accuse a Giorgio Napolitano e gli attacchi alla cancelliera tedesca Angela Merkel (con la quale è prossimo un vertice); allo stesso tempo deve cercare di non logorare il rapporto con il Cavaliere che si è posto alla testa dell’euroscetticismo della destra: è evidente infatti che senza i voti di Forza Italia le riforme rischierebbero di finire su un binario morto. Ne deriva che il rischio di insabbiarsi resta concreto. Basti pensare al decreto lavoro (gli alfaniani vorrebbero ripristinare la versione originale), alla riforma della giustizia (è stata bocciata la responsabilità personale dei magistrati da una maggioranza Pd-M5S), alle modifiche dell’Italicum collegate alla nuova versione del Senato federale. Proprio alla vigilia delle elezioni europee, il segretario-premier stenta a ottenere risultati concreti. La politica dei rilanci ha messo in campo un ventaglio di provvedimenti che ridisegnano l’Italia: ma ciascuno di essi avrà bisogno di tempo per diventare operativo. Gli stessi 80 euro promessi a chi guadagna fino a 1.500 euro al mese sono per ora una misura non strutturale che dovrà essere stabilizzata nel 2015. Renzi sostiene che la velocità è l’unico modo per dare un segnale di credibilità all’Europa e incoraggiare l’entusiasmo con cui il programma di riforme è stato accolto per esempio nella City londinese (Padoan). Ora il punto è che per giungere definitivamente in porto serviranno mesi durante i quali la stabilità politica sarà il valore guida. Ecco perché i risultati delle europee hanno assunto un valore così strategico: molti osservatori si chiedono se il patto del Nazareno possa reggere per esempio ad un cattivo risultato di Forza Italia (sotto il 20 per cento) o, peggio, ad un ”sorpasso” di Beppe Grillo sul Pd. Il leader 5 stelle ha già fatto sapere che, se il M5S dovesse diventare il primo partito italiano, chiederebbe le dimissioni di Napolitano e le elezioni anticipate. E’ vero che le europee costituiscono un test che non coinvolge direttamente la vita del governo, però è ragionevole pensare che uno stravolgimento dei rapporti di forza possa incrinare l’asse Renzi-Berlusconi perché nel centrodestra si avvierebbe certamente un processo di rifondazione dagli effetti imprevedibili. La stessa tenuta del Ncd alleato con Udc e popolari all’ombra del Ppe sembra decisiva per le sorti della maggioranza. Così Renzi punta le sue carte sul rispetto dei tempi del cronoprogramma governativo. E’ giunto il momento della riforma della Pubblica Amministrazione, forse la più difficile ragiona il Rottamatore, per le scontate resistenze che incontrerà. Non si tratterà di un decreto, ma di due disegni di legge collegati il che fa capire che anche in questo caso essere veloci sarà alquanto difficile. Ma è anche un modo per mettere le sue truppe di fronte alle proprie responsabilità. L’imponente programma di riforme non può che riuscire, è il ragionamento implicito del premier: l’alternativa sarebbe solo il ritorno alle urne sotto la pressione di un’antipolitica a quel punto sempre più minacciosa per tutti i partiti tradizionali. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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