Razzismo: Alves e la Spagna, lo chiamano primo mondo…

ROMA. – ”Siamo tutti scimmie”. Ormai è uno slogan che, tramite la Rete, dilaga in tutto il mondo. Se poi a dirlo è perfino un Capo di Stato, la Presidente del Brasile Dilma Rousseff allora si capisce che la campagna avviata dal gesto di Dani Alves nello stadio del Villarreal, in nome della lotta al razzismo potrebbe veramente trasformarsi in uno dei manifesti dell’imminente Mondiale. Perfino Papa Francesco ha preso posizione, visto che la Rousseff ha annunciato che prima della partita inaugurale di Brasile 2014, la sfida tra la Selecao e la Croazia, verrà letto un messaggio anti-razzismo del Pontefice. Intanto le adesioni al movimento d’opinione e gli attestati di solidarietà nei confronti di Dani Alves si moltiplicano, e decine di migliaia di persone, famose e non, continuano a farsi fotografare con la banana in mano, o mentre la mangiano. Oggi è stato il caso di Fabio Cannavaro, della ‘Musa’ del Mondiale 2010 Larissa Riquelme, dell’Inter, della Juventus del presidente del San Paolo prima di una conferenza stampa (che di banane aveva con sè un intero casco) e di tantissimi altri, mentre lo stesso Dani Alves ripeteva, in interviste varie, di essere rimasto sorpreso dall’eco avuto in tutto il mondo dal suo gesto, e sottolineava che la Spagna ”si considera primo mondo ma in certe cose c’è ancora molta arretratezza” facendo una chiara allusione a quel razzismo che lui afferma di aver avvertito ”da quando sono qui”, ovvero undici anni. Quasi subito gli ha risposto il ct della nazionale campione del mondo, Vicente Del Bosque, per replicare che ”il razzismo non è un problema della Spagna, e non credo che quanto è successo ad Alves possa ripercuotersi sul modo in cui ci accoglieranno in Brasile, nè che possa influire sul nostro rendimento”. Di sicuro il razzismo negli stadi, come ha ribadito oggi il premier Matteo Renzi ”è diventato insopportabile” e contro questo fenomeno si annunciano severe misure in Brasile: non solo la tolleranza zero garantita dalla Fifa, ma anche quelle previste dalla durissima legislazione in materia che vige in Brasile, dove si può essere portati direttamente in cella anche per una semplice parola fuori posto sul colore della pelle. Ma dalla Spagna arriva anche la notizia che tutto sarebbe stato preparato a tavolino, e questa campagna a base di social network attentamente pianificata da alcuni esperti di comunicazione e marketing vicini a Neymar. Dani Alves ha fatto capire anche che qualcosa di vero c’è, nel senso che il suo amico e compagno era stanco di ricevere banane ed insulti razzisti e i due ne avevano parlato, decidendo di fare qualcosa, un gesto significativo, alla prima occasione utile. E’ capitata al’esterno destro, e lui lo ha fatto, spontaneamente e per sdrammatizzare e non certo per vendere poi qualche maglietta. I due assi del Bara ne avevano le scatole piene da tempo, per questo nemmeno tre ore dopo il gesto di Alves, sui social network già girava la foto di Neymar e il figlio Davi Lucca muniti di banane vere e finte. ”La crescita di un popolo e delle persone si vede dai comportamenti e dalle parole – ha spiegato oggi Dani Alves -. Spero che in tanti abbiano preso coscienza del problema e capiscano una volta per tutte che siamo tutti uguali, e abbiamo gli stessi obiettivi, senza causare danni o ferire gli altri. Perchè, lo ripeto, siamo tutti uguali, ed esseri umani”.

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