La giornata politica: Matteo Renzi, le riforme in pochi giorni

ROMA. – Matteo Renzi punta a chiudere i conti sulle riforme in pochi giorni. Gli emendamenti al decreto lavoro presentati dal governo hanno soddisfatto i centristi e il provvedimento che ”defornerizza” il mercato dovrebbe diventare legge prima delle europee; allo stesso tempo, lunedì prossimo la Direzione del Pd dovrebbe blindare la riforma di Senato e Titolo V della Costituzione con gli aggiustamenti concordati con la minoranza (ma il testo base rimarrà quello Boschi onde scongiurare una sua delegittimazione). Apparentemente tutto bene. Ma in realtà gli ostacoli restano molti, come ha lasciato intendere il capo dello Stato con il suo invito alla sinistra e ai sindacati a superare i vecchi schemi. Giorgio Napolitano sembra apprezzare sempre più la linea Renzi, quella di un Blair italiano che gioca la sua partita non tanto sullo scenario italiano quanto su quello europeo. Quando il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan attacca Bruxelles su crescita e lavoro (tante chiacchiere e pochi fatti), e auspica interventi più simmetrici nella zona euro, in sostanza prepara una posizione critica della presidenza italiana a partire da luglio che – come è facile capire – non sarà affatto isolata. Ne deriva che il pacchetto di riforme, per ora solo abbozzato, ha un’importanza strategica nel programma europeo del premier. Ciò spiega lo sconcerto con cui sono accolte bocciature della manovra, come quella dei tecnici del Senato che sollevano dubbi sulle coperture proprio nel momento in cui la loro istituzione deve essere trasformata, o quella – meno importante ma mediaticamente pesante – del cantante Piero Pelù che ha definito gli 80 euro di Renzi un’elemosina. Salvo poi correggersi. Il viceministro Nencini l’ha giudicata ”terribile e disonesta” perché pronunciata da un uomo molto ricco che non ha capito ”la redistribuzione in favore di chi è nel bisogno”. La battuta tuttavia tradisce un’insofferenza latente di una parte della sinistra per il renzismo e per l’uomo solo al comando. Il segretario del Pd (che in giornata ha ricevuto la ”promozione” a sorpresa di Carlo De Benedetti) è difeso da tutto il partito ma le sue difficoltà dicono che il tempo lavora contro il governo: il numero e la complessità dei provvedimenti messi in campo (ai quali ben presto si aggiungerà l’esplosiva riforma della PA) rischiano di insabbiarsi senza un forte e continuo sostegno della maggioranza parlamentare e di una parte dell’opposizione. In altre parole, il patto del Nazareno è sempre più vitale per il Rottamatore. Le elezioni europee dimostreranno se l’intesa a due tra Renzi e Berlusconi potrà reggere ad uno scenario di bipolarismo anomalo. Il Movimento 5 Stelle sembra infatti avviato a trasformarsi stabilmente nella seconda forza politica italiana, se non addirittura nella prima qualora dovesse confermare nel voto proporzionale il ”sorpasso” sul Pd. Quest’ultimo sarebbe, con ogni probabilità, un risultato quasi esiziale per Renzi; ma anche avere alle costole costantemente una forza del 25 per cento che rifiuta qualsiasi tipo di accordo è una situazione difficile che rende in salita il cammino delle riforme. Del resto Berlusconi non sembra poter fare molto di più. L’epoca della credibilità dei coupe de théatre sembra tramontata e anche la proposta di detassare le nuove assunzioni di giovani e disoccupati non sembra aver spostato alcunché. Il motivo è semplice: innanzitutto le prossime elezioni sono europee e avranno solo un’influenza indiretta sul fronte interno; e poi il vecchio leader è azzoppato ed è costretto dai fatti a pensare alla successione (forse della figlia Marina). Come dice Guido Crosetto, . (Pierfrancesco Frerè/Ansa)