La giornata politica: Dopo le promesse aspettiamo i fatti

ROMA. – Il pericolo di impantanarsi sulla riforma del Senato sta mettendo a dura prova il governo. Maria Elena Boschi ha smentito di aver minacciato la crisi nel caso che la commissione Affari costituzionali di palazzo Madama non adotti come testo base la proposta del governo, ma la tensione è palpabile. Secondo l’opposizione Matteo Renzi sbaglia nell’irrigidirsi su questa posizione, eppure a ben vedere il premier non ha molte alternative: dopo le tante promesse, alla prova dei fatti non può certo fare passi indietro sulla non elettività della Camera alta, la bandiera del cambiamento nonché la spina dorsale – assieme all’Italicum – del patto del Nazareno. La fine del bicameralismo, uno dei messaggi chiave della sua campagna elettorale, nasce da questo passaggio decisivo per dimostrare all’opinione pubblica che stavolta si fa sul serio. La debolezza del Rottamatore non sta tanto nella guerriglia parlamentare della minoranza interna, quanto nell’impossibilità di Berlusconi di sostenerlo fino in fondo alla vigilia di elezioni che diranno una parola anche sul futuro di Forza Italia. Il Cavaliere ondeggia tra la bocciatura della politica economica renziana e l’apertura ad un ritorno in maggioranza. Ipotesi, quest’ultima, paradossale dal momento che la scissione degli alfaniani è nata proprio per tenere ancorata una parte del centrodestra al Pd in un momento di grave crisi economica. L’impressione è che il leader azzurro abbia un po’ smarrito il suo smalto di affabulatore: i sondaggi sono concordi nel rilevare un sostanziale stallo di Forza Italia a cavallo del 20 per cento dei voti, una soglia che relegherebbe fatalmente il partito a terza forza della politica italiana. Con un prevedibile effetto smottamento, vista la crisi carismatica del capo e la sua impossibilità di candidarsi per alcuni anni alla guida del moderatismo italiano. Non a caso Berlusconi ha aperto per il futuro alle primarie del centrodestra e continua a non escludere una candidatura della figlia Marina (sebbene a parole la sconsigli dal compiere questo passo). Queste nebbie non vengono certo diradate dai tradizionali cavalli di battaglia come la detassazione delle nuove assunzioni, l’aumento delle pensioni minime o un nuovo corso della Bce. E deve farci i conti anche il Rottamatore il quale, dopo aver goduto in primo momento della debolezza del suo avversario per stringere una ferrea intesa, adesso non può fare affidamento sulla compattezza del movimento azzurro. In Fi il dibattito sulla riforma della Costituzione ribolle di proposte spesso distanti dall’originario accordo a due. Del resto l’ipotesi di un ingresso in maggioranza dei berlusconiani sembra fatta apposta per mettere in difficoltà il segretario del Pd. Anche gli alleati del Nuovo centrodestra sono alla ricerca di una propria identità in vista delle europee e creano problemi sulla riforma del Senato. Il pericolo è una rivincita dei ”professoroni” che finirebbe per insabbiare la nouvelle vague renziana nei classici riti parlamentari da prima Repubblica. Se il governo dovesse andare sotto nella prime votazioni in commissione, per Renzi sarebbe difficile far finta di nulla. Ciò spiega la determinazione del premier nel voler giocare il tutto per tutto, anche alla luce degli attacchi espliciti di Susanna Camusso che ha schierato la Cgil contro il governo, accusato di distorcere la democrazia con la sua pretesa di autosufficienza. Come dice il ministro Poletti, l’epoca della concertazione è tramontata; ma con le parti sociali l’esecutivo è ancora alla ricerca di un nuovo tipo di relazioni sindacali. Beppe Grillo ha intuito queste difficoltà e ritorce sul capo del governo l’accusa di intolleranza. Parla di una ”peste rossa” e dei suoi untori (Pd e coop): chi li critica, rileva il leader 5 stelle, finisce sempre in odore di fascismo il che la dice lunga sulle mire egemoniche del renzismo. Questo scambio di colpi incrociato sull’autoritarismo (che per una volta risparmia Berlusconi) è preoccupante soprattutto in prospettiva europea perché è sul nuovo quadro del Parlamento di Strasburgo (dove gli euroscettici avranno un grosso peso) che tutto ciò avrà il suo riflesso condizionato. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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