Il Vaticano potrebbe mettere in campo Parolin

Pubblicato il 08 maggio 2014 da redazione

CARACAS. – Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, potrebbe intervenire personalmente in Venezuela per rilanciare il dialogo fra il governo di Nicolás Maduro e l’opposizione, caduto in una fase di stallo dopo che i primi incontri non hanno prodotto risultati visibili. E questo sullo sfondo dell’ondata repressiva che continua contro gli studenti e gli anti-chavisti, protagonisti delle proteste che si susseguono da febbraio, con un bilancio di 41 morti. La notizia, diffusa dal blog Il Sismografo, che cita fonti vicine al governo di Maduro, non è stata per ora confermata ufficialmente dal Vaticano. D’altra parte si sa che Parolin “ha un’agenda molto intensa e sta preparando il viaggio di Papa Francesco in Terra Santa”. Ma il porporato ha già espresso in passato la sua disponibilità a favorire il dialogo fra il governo e l’opposizione a Caracas, dove è stato nunzio dal 2009 al 2013. La possibilità di una mediazione diretta e di alto livello del Vaticano a Caracas – finora il nunzio Aldo Giordano ha partecipato al dialogo come “testimone di buona fede”, cioè come garante – è sempre stata evocata con prudenza: lo scorso 28 marzo il portavoce, padre Federico Lombardi, nell’affermare che la Santa Sede era “disposta e desiderosa” di contribuire alla “serenità” del Venezuela, ha indicato che era però necessario “avere ulteriori elementi per verificare (…) se vi siano le premesse per svolgere un ruolo utile a raggiungere lo scopo desiderato”. Il problema è che il “dialogo nazionale” lanciato da Maduro lo scorso 11 aprile è ormai in fase di stallo. Il governo non ha concesso all’opposizione nessuna delle sue richieste – la liberazione dei prigionieri politici, indagini indipendenti sulla violenza nelle proteste, il disarmo dei gruppi armati chavisti – e ha mantenuto la sua retorica di denuncia costante di un “golpe soft” organizzato dagli Stati Uniti. Solo nelle ultime 24 ore la polizia ha arrestato oltre 200 studenti che avevano organizzato “campeggi di pace” e il presidente della Ong responsabile della campagna “SOS Venezuela”, l’italo-venezuelano Rodrigo Diamanti, che ha portato la protesta sulle reti sociali a livello globale. La giustizia ha inoltre sospeso l’udienza per la scarcerazione di Leopoldo López, in carcere dal 14 febbraio in quanto ritenuto l’istigatore degli scontri violenti di due giorni prima davanti alla Procura nazionale. Le accuse contro Lopez, mai formalizzate, diventano ogni giorno più difficili da dimostrare, tenendo conto che lo stesso governo ha ammesso che i tre morti del 12 febbraio – due manifestanti e un dirigente chavista – sono state uccisi da spari provenienti dalle forze di sicurezza. Fra l’intransigenza di un governo obbligato a mantenere la tesi del complotto per spiegare non solo le proteste ma anche la grave crisi economica – inflazione alle stelle, scarsità del prodotti, razionamento dell’acqua – e la posizione impegnata dell’episcopato locale, che ha appoggiato il movimento studentesco e criticato duramente la repressione, il Vaticano ha un margine di manovra molto stretto. Entro quel margine vuole però tentare una mediazione efficace, ma che non comprometta la sua imparzialità.

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