Scontro Pd-M5S. La Camera dice sì  all’arresto di Genovese

Pubblicato il 15 maggio 2014 da redazione

ROMA – La Camera apre le porte del carcere per Francantonio Genovese. Una maggioranza schiacciante di 371 deputati vota a favore dell’autorizzazione all’arresto del parlamentare messinese del Pd, accusato di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, peculato e truffa nell’ambito di un’inchiesta sui finanziamenti alla formazione professionale.

La decisione sembrava destinata a slittare a dopo le elezioni e invece il Pd decide di imprimere un’accelerazione, dietro la garanzia del voto palese.

– A viso aperto – sottolinea Matteo Renzi, il Pd applica “sempre” la legge, anche ai suoi.

Ma Beppe Grillo rivendica il sì all’arresto come una vittoria M5S. Quando il tabellone mostra il verdetto (371 sì, 39 no, 13 astenuti), cala il gelo nell’Aula della Camera. Non una parola, non un commento, non un applauso. Tutti zitti anche i deputati grillini, protagonisti da giorni di una campagna martellante per consegnare alla giustizia il deputato Pd.

Lo scranno di Genovese è vuoto. L’ex sindaco di Messina è a Montecitorio fino all’ora di pranzo. Poi però viene a sapere dell’accelerazione del voto, fissato al pomeriggio, e decide di volare via. Un aereo fino a Reggio Calabria, poi a casa, a Messina, a salutare i familiari e fare la valigia per andare a consegnarsi nel penitenziario di Gazzi, dove trascorrerà la prima notte in carcere.

– Sto andando in aeroporto, a fare il biglietto per Beirut – è l’ironia amara che Genovese sfoggia in una breve intervista rilasciata all’Huffington Post in mattinata. Poi però aggiunge:

– Trovo tutto molto sgradevole.

Il parlamentare siciliano si riferisce al fatto che il suo caso giudiziario sia diventato uno dei temi caldi della campagna elettorale. Grillo accusa Renzi di volersi tenere un “criminale” nel partito. Il Pd ribatte che la propria linea a favore dell’arresto è stata già espressa con chiarezza in giunta, ma è meglio rinviare la decisione a dopo le elezioni perché il M5S progetta “trappole, imboscate”.

L’accusa dei dem ai 5 Stelle è quella di voler nascondersi dietro il voto segreto per dire no alla misura cautelare e poi addossare tutta la colpa al Pd, lucrando voti. La decisione sembra destinata a essere il rinvio del voto a dopo le europee. I deputati M5S si presentano in forze a presidiare la riunione dei capigruppo, che deve fissare il calendario. Ma è Renzi in persona a rendere nota l’inversione di rotta: “Il Pd chiede di votare oggi stesso per l’arresto di Genovese e con voto palese”.

L’accelerazione viene impressa dopo che FI rinuncia a chiedere il voto segreto: si vota nel pomeriggio. La decisione viene comunicata ai deputati dem in un’assemblea lampo in cui il capogruppo Roberto Speranza ricorda che tutti gli occhi sono puntati sul Pd e quindi serve “responsabilità e serietà”. Fino all’ultimo si teme che trenta deputati, incuranti delle indicazioni dei partiti, chiedano il voto segreto. Fino all’ultimo si temono defezioni. Ma alla fine in Aula il Pd è il gruppo più presente e soltanto sei deputati vicini a Beppe Fioroni (inclusa Maria Tindara Gullo, compagna di scranno di Genovese) dicono no all’arresto, un deputato Pd si astiene. Tutti gli altri dicono sì, così come dicono sì M5S, Sel, Sc e Fdi. Dicono no FI e Ncd:

– Noi siamo garantisti sempre e comunque – dichiara Silvio Berlusconi.

Gli unici momenti di tensione si registrano prima del voto, quando il grillino Alessio Villarosa cita Falcone e Borsellino rivendicando al M5S il titolo di partito degli onesti: “Buffone, vergognati”, gli urlano dal Pd.

– Noi siamo il partito di Pio La Torre e non accettiamo lezioni di legalità da chi sostiene che la mafia non esiste – replica la dem Anna Rossomando, tra gli applausi dei colleghi. Poi è standing ovation per Rosy Bindi che dice:

– Nessuno può appropriarsi di Falcone e Borsellino.

Beppe Grillo rivendica la vittoria: “Abbiamo costretto il Pd a votare!”. Matteo Renzi rivendica l’integrità del suo partito:

– Il Pd crede che la legge sia uguale per tutti. E la applica, sempre. Anche quando si tratta dei propri deputati”.

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