Crisi non lascia imprese, prosegue boom fallimenti

MILANO – Non sono solo i dati macroeconomici a mostrare come la crisi non stia lasciando la presa, ma anche quelli reali: nel primo trimestre dell’anno i fallimenti aziendali hanno segnato un nuovo record storico oltre quota 1.800, con un aumento superiore al 4%. Un boom reso meno drammatico dal rallentamento delle altre forme di chiusura aziendale, che sono però molto più soggette ai cambi di normativa in corso e spesso utilizzate dalle piccole imprese.

Secondo i dati del Cerved, in Italia tra gennaio e marzo i fallimenti aziendali sono infatti stati 3.811, il 4,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2013. E’ il massimo osservato nei primi tre mesi dell’anno dall’inizio della serie storica di osservazione da parte del gruppo specializzato nel ‘credit information’, anche se il trend forse sta rallentando: nei trimestri precedenti i default crescevano a doppia cifra.

I fallimenti crescono in tutto il territorio nazionale ad eccezione del Nord-Est, in cui si registra un calo dell’1,8% ma dove nei quattro trimestri precedenti si è registrato un boom con tassi molto più elevati rispetto al resto della penisola. La crescita dei default tra gennaio e marzo è continuata nel Nord-Ovest (+3,7%), nel Mezzogiorno e nelle Isole (+5,7%), ma soprattutto nel Centro con un incremento del 10,3%. A soffrire maggiormente è il settore dei servizi (+7,3%) e quello delle costruzioni (+6,3%). Un rialzo più leggero per la manifattura (+0,8%), che segna una decisa frenata della crescita rispetto ai dati dell’ultimo trimestre 2013. E qualche altro segnale tendenzialmente positivo c’è.

– Nel primo trimestre si contano in tutto 23mila chiusure aziendali, il 3,5% in meno rispetto allo stesso periodo 2013: è un miglioramento – spiega Gianandrea De Bernardis, amministratore delegato del Cerved – attribuibile alla diminuzione delle liquidazioni volontarie, che hanno fatto registrare un calo del 5%, e delle procedure non fallimentari, in calo dell’1,4%.

In particolare, dopo i correttivi portati dal ‘decreto del fare’ alle normative sui concordati in bianco con l’introduzione della possibilità per i tribunali di nominare un commissario giudiziale che monitori la condotta del debitore, si è fortemente ridotto il ricorso al pre-concordato: nei primi tre mesi si contano circa 800 domande, in calo del 48% rispetto allo stesso periodo 2013.