Europee: l’appello di Napolitano: “Andiamo tutti a votare”

BRUXELLES – Astensionismo, populismo e incertezza: a meno di una settimana dall’inizio delle votazioni per le elezioni europee – i primi a recarsi alle urne saranno giovedì prossimo gli olandesi e gli inglesi – sono queste le parole chiave che caratterizzano l’attesa per l’esito della ormai prossima consultazione elettorale.

Circa 400 milioni di aventi diritto sono chiamati a scegliere, tra il 22 e il 25 maggio prossimi, chi, tra i 17.000 candidati in corsa nel complesso dei 28 Paesi che formano l’Unione, dovrà rappresentarli conquistando uno dei 751 seggi a disposizione nella nuova assemblea del Parlamento Europeo. L’unica istituzione, tra quelle della complessa architettura Ue, ad essere direttamente eletta dai cittadini fin dal 1979.

Ma rispetto al passato questa volta lo scenario, in seguito a una crisi che ha creato un esercito di 26 milioni di disoccupati, è molto diverso, il malcontento è diffuso e il voto di protesta è un fenomeno che sta dilagando, oltre che in Italia, anche in Francia, Gran Bretagna e altrove.

Ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il collega tedesco Joachim Gauck e quello polacco Bronisław Komorowski hanno lanciato un accorato appello congiunto.

“Andare a votare – si legge nella nota diffusa in Italia, Germania e Polonia – merita il nostro tempo ed il nostro sforzo. Con il nostro voto possiamo davvero influire sull’evoluzione delle politiche europee. Quest’anno – hanno sottolineano i tre capi di Stato – la nostra voce conterà più che in passato: per la prima volta la potremo impiegare per influire significativamente sulla scelta di chi guiderà la Commissione Europea verso il futuro. Allo stesso tempo, i nuovi membri del Parlamento Europeo avranno una responsabilità crescente nell’ambito del processo di formazione delle leggi. Ciò che faranno sarà importante per tutti noi e per ciascuno di noi europei”.

Il primo ‘nemico’ da battere, secondo i tre presidenti ma anche molti altri osservatori, è infatti l’astensionismo. Un fenomeno cresciuto progressivamente: nel ’79, quando i Paesi membri erano nove, i votanti furono quasi il 62%. Venti anni dopo, con un’Europa a quindici, erano scesi al 49,51% e nel 2009, con 27 Paesi membri, al 43%. E in tanti temono e scommettono che stavolta andrà ancora peggio. In decisa crescita viene invece dato lo schieramento degli euroscettici di destra che potrebbe conquistare, secondo gli ultimi sondaggi, 164 seggi. Ed altri 54 andrebbero alle formazioni che si collocheranno alla sinistra del Pse (Gue e Tsipras). In questo scenario un sostanziale pareggio tra le due principali forze politiche europee, il Ppe e il Pse-Ds (date ancora testa a testa), renderebbe inevitabile il tentativo di formare una grande coalizione rosso-blu-gialla (socialisti, popolari e liberaldemocratici) per sostenere un candidato unico alla guida della prossima Commissione Ue che abbia la forza di resistere alle pressioni dei capi di Stato e di governo dei 28, in primis della cancelliera Angela Merkel. La quale non ha mai nascosto di voler dire l’ultima parola in merito a una scelta di cruciale importanza per il futuro delle politiche europee, specie in campo economico-sociale

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