L’occupazione dell’Italia sotto il 60%, ai livelli del 2002  

Pubblicato il 19 maggio 2014 da redazione

ROMA – L’Italia resta agli ultimi posti dell’Unione europea per tasso di occupazione: nel 2013 secondo i dati Eurostat pubblicati ieri, lavorava solo il 59,8% delle persone tra i 20 e i 64 anni, un dato che riporta il Paese ai livelli del 2002 (59,2%) scendendo per la prima volta sotto il 60% da 12 anni. Il dato è di 8,5 punti inferiore alla media europea (68,3%) e il peggiore dopo quello di Grecia, Croazia e Spagna.

La fascia più penalizzata in questi 11 anni è stata quella tra i 25 e i 34 anni mentre è aumentata la quota, anche grazie alla riforma del sistema previdenziale e all’allungamento dell’età pensionabile, degli over 55 al lavoro. Tra i 25 e i 34 anni, età nella quale si sono in genere terminati gli studi e ci si affaccia nel mondo del lavoro – secondo gli ultimi dati Istat – si sono persi tra il 2002 e il 2013 due milioni di occupati (da 6,3 milioni a 4,3 milioni) e oltre 12 punti percentuali per il tasso di occupazione (dal 72,6% al 60,2%). Se si guarda all’intera fascia dei più giovani (dai 15 ai 34 anni) i posti persi tra il 2004 e il 2013 sono 2,5 milioni.

Per i più anziani (55-64 anni) si è registrato invece un rapido aumento dell’occupazione, in linea con la crescita vista in Europa: in Italia il tasso di occupazione è passato dal 28,6% del 2002 al 42,7% del 2013 (4,8 punti in più solo tra il 2011 e il 2013). Nello stesso periodo la media europea a 28 dell’occupazione in questa fascia di età è passata dal 38,1% al 50,1%.

– I dati Eurostat – ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi – mostrano che nel 2013 sul lavoro si è toccato un punto molto basso eppure inizio a vedere i segni di una ripresa.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti ha sottolineato che ci sono già 50.000 giovani iscritti al piano Garanzia Giovani in appena due settimane dall’avvio del programma che dovrebbe dare opportunità alle persone che non studiano e non lavorano.

– Mi sembra – ha detto – un bel risultato. Stiamo facendo il lavoro che va fatto. Il gap tra i livelli occupazionali dei Paesi più operosi è comunque significativo: in Germania lavora il 77,1% delle persone tra i 20 e i 64 anni (quasi venti punti in più rispetto all’Italia) con il target 2020 (77%) già superato. In Inghilterra lavora il 74,9% delle persone nella fascia di età considerata mentre in Francia la stanghetta si ferma al 69,5%. In Svezia lavora il 79,8% delle persone tra i 20 e i 64 anni ma i più stakanovisti sono fuori dall’Europa con l’Islanda all’82,8% (ma era all’87,8% nel 2002) e la Svizzera all’82,1%.

In Europa nel 2013, rileva Eurostat, c’erano 26,2 milioni di disoccupati, 900.000 in più rispetto al 2012. In Italia i disoccupati nella media 2013 erano 3.113.000, quasi 370.000 in più rispetto al 2012 e 1,6 milioni in più rispetto al 2007.

– Il governo – ha spiegato il ministro Poletti – tra un anno farà una verifica sul Dl lavoro e sarà pronto a ‘cambiare strada’, qualora i risultati non fossero positivi. Tra dodici mesi – ha detto – verificheremo gli esiti e se questi saranno positivi, insisteremo. Se invece dovessero dimostrare che non abbiamo intrapreso la strada giusta, la cambieremo. ‘

– Il peggioramento delle condizioni di lavoro – ha avvertito il numero uno della Cgil, Susanna Camusso – non è la strada per il cambiamento. La precarietà è tra le ragioni di questa crisi. Non a caso il sindacato mondiale parte dalla denuncia del fatto che sta aumentando la quota di coloro che nel linguaggio internazionale vengono chiamati lavoratori informali, che non hanno cioè nessuna forma contrattuale, né diritti.

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