Cina-Russia uniti contro Usa-Ue ma sul gas slitta l’intesa

Pubblicato il 20 maggio 2014 da redazione

PECHINO – Cina e Russia sono unite nelle critiche agli Usa e ai loro alleati europei. Ma non riescono a produrre una posizione unitaria sulla crisi in Ucraina e Crimea, né sulle dispute territoriali tra Pechino e i suoi vicini. E soprattutto non chiudono per ora il maxi accordo trentennale sulle forniture di gas russo al ‘dragone’, che il presidente Vladimir Putin e i suoi collaboratori avevano dato per “quasi fatto” nei giorni scorsi da Mosca.

Incontrandosi a Shanghai in occasione di un vertice regionale sulla sicurezza chiamato “Cica” dai media cinesi, Putin e il suo anfitrione cinese Xi Jinping non hanno avuto difficoltà ad addossare a Washington la responsabilità di aver usato “la tecnologia informatica e di comunicazione per fini contrari al mantenimento della stabilità internazionale”, in un chiaro riferimento alle rivelazioni sullo spionaggio Usa di Wikileaks e dell’ex analista della National Security Agency (Nsa) Edward Snowden, fuggito un anno fa e rifugiatosi prima ad Hong Kong (che è parte della Cina) e poi in Russia.

La requisitoria a due voci dei due giganti euro-asiatici appare significativa, perché viene a coincidere con le accuse di spionaggio cibernetico rivolte da Washington a cinque militari cinesi, sdegnosamente respinte come ipocrite da Pechino. E tuttavia l’alleanza Mosca-Pechino stenta a diventare un asse.

Le difficoltà maggiori a dare concretezza al rilancio di un polo ‘anti-occidentale’ le pongono in particolare i negoziati sull’atteso accordo strategico tra la compagnia energetica russa Gazprom e il governo cinese: negoziati che procedono da anni senza arrivare a una conclusione.

I media cinesi assicurano che l’intesa è in effetti vicina, come preannunciato anche dal Cremlino alla vigilia dell’arrivo di Putin, e che solo piccole differenze sul prezzo dividono i due governi dallo storico risultato. Ma le firme ancora non ci sono, malgrado entrambi i partner ne abbiano oggi bisogno più che mai: Putin per dimostrare che la Russia non è isolata a dispetto delle sanzioni occidentali per la riannessione della Crimea, un territorio abitato in larga parte da russi ma che fa parte dell’Ucraina dagli anni ’50; Pechino per garantirsi almeno in parte i rifornimenti di energia vitali per la sua industria e le sue prospettive di crescita.

Secondo il Financial Times, le forniture previste dall’accordo coprirebbero il il 23% dell’attuale fabbisogno della Cina e sarebbero pari al 16% dell’export totale della Gazprom. I media cinesi assicurano comunque che i negoziati sul dossier gas continueranno senza sosta, anche nelle prossime ore della presenza di Putin in territorio cinese (fino a domani).

Se la Russia è sotto il tiro dell’Occidente per la questione ucraina, la Cina é d’altronde bersaglio di critiche crescenti – non dissimili da quelle rivolte a Mosca – per la sua politica ‘muscolare’ nel Mar della Cina Meridionale, il cui controllo essa rivendica quasi per intero, e nel Mar della Cina Orientale, dove contende a Tokyo il possesso delle isole Senkaku/Diaoyu.

Sull’Ucraina, alla fine, Pechino non è andata oltre l’affermazione di una prudente solidarietà con Mosca: nel comunicato congiunto diffuso dopo l’incontro Putin-Xi, i due Paesi hanno espresso “grave preoccupazione” e hanno invitato “tutte le parti in causa” ad “esercitare la moderazione ed evitare un aggravamento” della situazione. E analogo atteggiamento é emerso specularmente da parte russa sulle isole contese asiatiche. Terminate le discussioni, i due presidenti hanno dato il via a manovre congiunte delle loro marine militari. Ma le manovre si svolgono, precisa l’agenzia Nuova Cina, nel “nord del Mar Cinese Orientale”: cioè ben lontano dalle Senkaku, che sono molto più a sud, tra Taiwan e l’isola giapponese di Okinawa

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