La giornata politica: Europee, primo test di Renzi?

ROMA  – L’insistenza con la quale Renzi e la maggioranza ripetono che il voto di domenica non è un referendum sul governo tradisce un nervosismo latente. E’ vero, infatti, che in nessun altro Paese europeo – come osserva Casini – esiste questa stretta correlazione tra il piano politico interno e quello comunitario, ma è altrettanto vero che stavolta il peso dell’euroscetticismo minaccia di mettere in crisi le linee politiche portate avanti proprio da quei governi che vorrebbero restare al riparo della protesta crescente dei cittadini di Eurolandia. Dunque una correlazione esiste.

Del resto il Rottamatore ha difficoltà a scindere la sua figura di premier da quella di segretario approdato a palazzo Chigi per realizzare il programma del rinnovamento e dello sviluppo. In un certo senso, è inevitabile che le europee siano considerate un primo test della sua politica, non essendo egli giunto al potere attraverso un voto popolare. Lo si capisce anche dalle dichiarazioni con le quali Renzi si assume una responsabilità diretta (”se falliamo, è colpa mia”) e preannuncia l’intenzione di lasciare il governo se il Parlamento bloccherà le sue riforme. Il che dimostra che non ha torto Silvio Berlusconi quando indica nelle elezioni anticipate il vero pericolo di una vittoria di Beppe Grillo.

Se il Pd non dovesse risultare il primo partito italiano, è il sottinteso, e soprattutto i centristi dovessero conseguire un risultato deludente (Alfano assicura che Ncd-Udc andranno ”abbondantemente” oltre il 4 per cento, dopo aver sperato a lungo di superare quota 7), il quadro politico subirebbe uno scossone dagli esiti imprevedibili. La maggioranza non sarebbe più tale nel Paese e, se davvero dovesse rifiutare il ”soccorso” di Forza Italia, non potrebbe pensare ad un orizzonte di legislatura per le riforme.

Ne deriva che, Europa o non Europa, Renzi si gioca tutto. Grillo è stato abile nel trasformare le europee in un test sul futuro dei nostri giovani (la ”generazione perduta” condannata all’emigrazione che i 5 stelle si ripromettono di salvare): e si vedrà ben presto, dal confronto incrociato delle piazze, l’aria che tira. Un primo colpo di vento è peraltro giunto dai mercati. Non tanto dalla risalita dello spread – sia pure per poco – oltre quota 200, quanto dal ”sorpasso” subito dalla Spagna che gode di una ventina di punti di vantaggio sull’Italia.

Se fosse vero che il nervosismo dei tassi dipende dall’ondata euroscettica, tutti i Paesi in difficoltà dovrebbero accusare il colpo. Invece l’Italia sta peggio di altri. Ad affondare il nostro spread è con ogni evidenza l’instabilità politica, l’insicurezza – riconosciuta dallo stesso Rottamatore – sulla sorte delle riforme e dei piani di rilancio dell’economia. E anche una campagna elettorale che ha mostrato tutti i suoi limiti proprio sul respiro europeo delle aspirazioni italiane. Non a caso Romano Prodi invita Italia, Francia e Spagna a fare fronte comune contro il neopopulismo nazionalistico di Angela Merkel, unendosi su una piattaforma comune di sviluppo e di politica espansiva.

Il problema è sempre quello di rovesciare l’impostazione recessiva voluta da Bruxelles e da Berlino, coinvolgendo la Bce con politiche di liquidità (quest’ultimo è il compito più arduo). Berlusconi si unisce a modo suo a questa analisi, chiedendo che l’Ue abbandoni una volta per tutte il tetto del 3 cento del rapporto deficit-Pil, un limite concepito venti anni fa in tutt’altra situazione economica. Su questo fronte il Rottamatore ha forse mancato di incisività. Nell’imminenza del semestre italiano di presidenza della Ue non poteva scoprire tutte le sue batterie, ma la conseguenza è stata quella di offrire ai 5 stelle un’arma in più. Il blog di Grillo accusa infatti il governo di non avere nessuna intenzione di chiedere una revisione dei trattati, quando questa per il M5S è l’unica via per riformare l’Europa. E su questo si voterà.

Pierfrancesco Frerè