Cambia il calcolo del Pil, tra le stima anche droga e prostituzione

Pubblicato il 22 maggio 2014 da redazione

ROMA – I traffici legati alla droga, alla prostituzione e al contrabbando di sigarette o alcol entreranno a tutti gli effetti nella misura del Pil, ”in ottemperanza del principio secondo il quale le stime devono essere esaustive, cioè comprendere tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”. Parola dell’Istat, che così a partire dall’autunno si allineerà alle indicazioni europee. Il sistema Ue, infatti, prevede l’inserimento delle attività illegali nel Prodotto interno lordo per tutti i Paesi europei. La svolta è maturata in occasione di un restyling complessivo nel sistema di contabilità, che verrà, a partire da quest’anno, aggiornato con una nuova versione.

In realtà il conteggio dei fatturati illeciti era già previsto ma con scarsi esiti. Ecco che è sceso direttamente in campo l’Ufficio di statistica europeo per mettere nero su bianco cosa comprendere nelle attività illegali. Come precisa la portavoce del commissario Ue al fisco, Emer Traynor, quello che cambia in Europa è l’introduzione di un dato “armonizzato”, mentre il business illegale già ”da decenni” è previsto rientri nel Pil. Anche se, spiega il direttore Istat della contabilità nazionale Gian Paolo Oneto, tali ”raccomandazioni” sia in Italia che nella maggior parte d’Europa ”non erano applicate”.

Da quest’anno, invece, nel Prodotto interno lordo verranno inseriti ufficialmente gli utili generati dalla criminalità, andando quindi oltre il sommerso, già inglobato e che secondo l’ultima stima dell’Istat, relativa al 2008, vale da solo 255-275 miliardi di euro. D’altra parte il ‘nero’ si distingue dall’illegalità, ricomprendendo ciò che sfugge allo Stato attraverso il tunnel della frode fiscale e contributiva. Ora si va oltre, cogliendo il valore di scambi dietro cui si può nascondere il reato.

A dettare le linee guida è Eurostat che, per assicurare la comparabilità tra le stime dei diversi Stati membri, ha, appunto, delimitato in modo preciso il campo dell’illegalità, circoscrivendolo alle sfere del commercio di sostanze stupefacenti, dei servizi di prostituzione e del contrabbando di tabacchi e alcolici. Certo, ammette l’Istat, la misura di tali attività è ”molto difficile”. Ma c’è chi ha tentato di venirne a capo in anticipo, è il caso di quattro economisti (Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati) in uno studio pubblicato sul sito della Banca d’Italia due anni fa.

La ricerca calcolava un’incidenza dell’economia illegale sul Pil pari al 10,9% nella media del periodo che va dal 2005 al 2008. Ma non è solo il calcolo della criminalità a cambiare, il nuovo sistema statistico europeo, che rimpiazza quello datato 1995, sposta le spese per ricerca e innovazione dalla colonna dei costi a quella degli investimenti, lo stesso fa per gli armamenti. E gli effetti sul Pil non potranno che essere positivi e, a detta dello stesso Istat, anche ”significativi”. Ma per conoscere le cifre esatte bisognerà aspettare il 3 ottobre, quando l’Istituto diffonderà le serie revisionate. Ovviamente i cambiamenti influiranno tanto sui vecchi dati quanto sui nuovi. Tuttavia, anche in questo caso, la Commissione Ue ha già ipotizzato i possibili impatti sul livello del Pil, stimando un aumento medio del 2,4%, con l’Italia che si limiterebbe a un +1-2%.

 

Con l’illegalità Pil oltre miracolo economico

Altro che 80 euro in più in busta paga. Quando nel prodotto interno (il Pil) italiano (ed europeo) si calcoleranno anche i proventi di droga, prostituzione e contrabbando salteranno fuori ‘per miracolo’ almeno altri 150 miliardi di euro su base annua. A più del 10% del Pil infatti corrisponderebbero, secondo stime recenti, i proventi del sommerso criminale, calcolato secondo le regole Ocse. Che l’anno prossimo, se reinvestiti per abbassare il carico fiscale all’attuale platea destinataria dello sgravio Irpef (circa 10 milioni di dipendenti), vorrebbero dire uno sconto medio mensile di 1.360 euro. Cioè 16.320 euro in più in busta paga.

Altro che recessione o economia stagnante. I consumi schizzerebbero. Roba da far tremare i polsi anche ai cinesi con il loro trend di crescita (ora in calo) ma comunque sempre altissimo rispetto a quello del Belpaese. I cinesi perderebbero infatti in confronto all’Italia il loro sudatissimo primato: la loro crescita del 7,7% impallidirebbe rispetto a quella italiana ‘rivista’.

Il Pil crescerebbe nel 2015 di un +1,3% (ultima stima del Governo), più altri 10 punti dalle nuove attività economiche: la crescita sarebbe così dell’11,3%. Numeri sfiorati solo, non a caso, con il miracolo economico nel 1960 quando il prodotto toccò il livello più alto mai raggiunto: +8,5%.

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