Egitto: superfavorito il generale Sisi, lo sfida il progressista Sabbahi

IL CAIRO – Vigilia di voto infuocata in Egitto. A poche ore dalle presidenziali, violente manifestazioni organizzate dai sostenitori dei Fratelli musulmani hanno investito il Paese, con alcune vittime e numerosi arresti secondo fonti mediche e di al Jazira. Si tratta di un appuntamento elettorale importante per l’Egitto che si svolge a dieci mesi dalla deposizione di Mohamed Morsi, primo capo di Stato eletto democraticamente dopo la rivoluzione del 2011.

Il destino del Paese è affidato agli oltre 53 milioni di egiziani che il 26 e 27 maggio dovranno scegliere tra il superfavorito ex capo dell’esercito Abdel Fattah al Sisi – autore della cacciata di Morsi – e Hamdine Sabbahi, attivista ed esponente della sinistra. Ex ministro della difesa, generale e capo delle forze armate Sisi incarna lo spirito dell’esercito, un’istituzione che negli anni ha dimostrato di essere la forza più coesa e in grado di garantire stabilità. Sisi è considerato da molti come l’eroe nazionale che ha salvato la patria dagli islamisti.

Lo sfidante Sabbahi, attivista anticorruzione è invece uno tra i più noti protagonisti della rivoluzione del 25 gennaio. Il suo è un programma basato sui principi della giustizia sociale e del pan-arabismo, della lotta al terrorismo e alle discriminazioni. Sul voto pesa però l’incognita del boicottaggio e il ruolo che giocheranno in futuro i Fratelli Musulmani, una forza che non intende abbassare la testa ed essere relegata alla clandestinità e che anche ieri ha fatto sentire la sua voce con nuove manifestazioni, sfociate in violenze.

Secondo fonti ospedaliere e di al Jazira, tre studenti, di 16, 17 e 19 anni, sono rimasti uccisi durante i cortei al Cairo e a Fayoum. Secondo altre fonti, il numero delle vittime sarebbe però inferiore.

Che si tratti di Sisi o Sabbahi, il nuovo presidente non avrà un compito facile. Le sfide che lo attendono sono enormi: debito alto, disoccupazione a due cifre, turismo in calo, mancanza di risorse energetiche, allarme terrorismo e sicurezza. In politica estera restano da ridefinire i rapporti con gli Stati Uniti e con la Russia di Vladimir Putin, amico di Sisi. Le potenze arabe del Golfo, tranne il Qatar, hanno appoggiato – soprattutto economicamente – la svolta che a luglio ha portato alla cacciata degli islamisti, ma non ci sono certezze sul fatto che il riassestamento politico possa portare alla stabilità economica. Tenuto anche conto che una grossa fetta dell’economia – sia nei settori industriale, del turismo e produttivo – è in mano all’esercito direttamente o indirettamente.

Non da ultimo il problema dei diritti umani. Dallo scorso luglio, secondo un rapporto di Amnesty International – definito falso dal governo del Cairo -, la repressione militare è costata la vita a oltre 1.400 sostenitori della Confraternita, mentre diverse migliaia di oppositori sono stati arrestati. La stretta giudiziaria e i processi ancora in corso come quello al tribunale di Minya – dove sono state emesse quasi 700 condanne a morte contro i Fratelli musulmani – hanno scioccato il mondo intero. Non da ultimo i rapporti con il Qatar e con la rete satellitare al Jazira, accusata di sostenere la Fratellanza.

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