Ucraina, ore di paura per il team Osce con l’italiana

DONETSK – Si è concluso in poche ore il giallo sulla sorte di 11 osservatori Osce, tra cui un’italiana, che si temeva fossero in stato di fermo nella regione di Donetsk, dove ieri mattina sono tornati a sfrecciare in cielo i caccia militari di Kiev.

– Si è trattato di un problema di connessioni telefoniche – spiegano fonti Onu nella città.

Ma restano in stato di fermo altri 4 osservatori, bloccati il 26 al confine con l’altra regione ribelle, quella di Lugansk. D’altro canto, proprio dal 26, giorno della battaglia per l’aeroporto di Donetsk che ha lasciato sul campo 100 morti, tra i quali diversi civili – secondo quanto riferito dalle autorità separatiste – l’escalation militare è tangibile.

Kiev ha messo in campo elicotteri e caccia, mentre i ribelli sono visibilmente meglio armati e quelli che fino a qualche tempo fa sembravano civili in uniforme sembrano siano stati rafforzati da miliziani meglio addestrati. A Donetsk la giornata si è aperta con la notizia di una marcia di minatori, che alcune fonti indicavano essere sostenitori di Kiev e che invece sono arrivati nella centralissima piazza Lenin intonando cori contro le autorità ucraine e innalzando vessilli con l’immagine di un minatore che prende a pugni una svastica nazista.

A mezzogiorno il leader dei separatisti, Denis Pushilin, si è concesso un bagno di folla.

– Non combatteremo fino alla fine, ma fino alla vittoria – ha tuonato scatenando applausi scroscianti.

Finito il comizio però, mentre rilasciava interviste ai tanti giornalisti stranieri arrivati in città negli ultimi giorni, l’aviazione ucraina ha dato una nuova dimostrazione di forza, con i caccia tornati a sfrecciare alti in cielo, coperti dalle nuvole. Ma il rombo dei motori è bastato a scatenare altro panico, con le auto che hanno iniziato a sfrecciare verso la parte ovest della città, in un irreale traffico da megalopoli.

Non lontano da piazza Lenin è poi scoppiata una sparatoria, a colpi di armi automatiche, nei pressi della sede dei servizi segreti di Kiev (Sbu) occupata dai ribelli come altri palazzi istituzionali. Non è chiara la dinamica, l’unica certezza è che “non ci sono state vittime”.

Nel pomeriggio, il premier ribelle Alexander Borodai, in conferenza stampa in un albergo della città, ha rincarato la dose. E ha ribadito che la presenza tra le fila dei separatisti di miliziani ceceni e osseti è per “proteggere i russi nella regione”, e che Mosca non c’entra nulla.

– Sono volontari –  ha tagliato corto. Ma la tensione si tagliava a fette.

Il premier è arrivato scortato da miliziani armati di tutto punto, mentre altri in borghese presidiavano la saletta della conferenza stampa. Finite le domande dei giornalisti si è alzato: le telecamere hanno catturato la fondina nera della pistola sulla cintola. Un cecchino era stato piazzato sul tetto a monitorare la situazione. Il fronte diplomatico è stato dominato da Barack Obama, che ha sì rivendicato il diritto unilaterale degli Usa ad agire militarmente per salvaguardare i propri interessi e cittadini, ma ha ammonito che “non è vero che ogni problema possa essere risolto militarmente”.

Una dichiarazione che in molti, qui a Donetsk, hanno voluto leggere come una tirata d’orecchi a Kiev, e alla sua sanguinosa offensiva di lunedì scorso.

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