La Giornata Politica: M5s, i nodi vengono al pettine  

ROMA – Matteo Renzi assegna a se stesso e al Pd un compito ambizioso e, fino a qualche giorno fa, impensabile: provare a cambiare un’Europa che ha dato finora risposte insufficienti alla grande crisi economica. Il premier spiega che nelle prossime settimane la delegazione democratica a Strasburgo potrebbe essere determinante nelle scelte che andranno compiute. Ormai di fatto alla guida del Pse, grazie alla tempestiva decisione di entrare nella famiglia socialista europea, il Rottamatore si presenta come il vero interlocutore di Angela Merkel e del Ppe.

Ai suoi chiede di non immiserirsi in scontri di corrente, ma di interpretare in profondità il mandato ricevuto dagli elettori che nella nouvelle vague democratica vedono la speranza di un ritorno allo sviluppo e alla crescita. Naturalmente il piedistallo di questa strategia è il pacchetto delle riforme che è fermo in Parlamento e per il quale il capo del governo chiede una sorta di corsia preferenziale. Al momento i provvedimenti sono ancora in stallo perché alleati e minoranza interna Pd (che si appresta ad entrare in segreteria) cercano di negoziare un’intesa che non li appiattisca sui renziani; tuttavia il premier garantisce che entro l’estate il grosso sarà trasformato in legge, compreso l’Italicum, grazie anche al fatto che agli ”altri” è passata la voglia di tornare presto alle urne. Renzi sta dimostrando l’importanza di saper vincere.

In Europa non vuole parlare di nomi, ma di programmi, con il chiaro sottinteso che ai tedeschi sarà difficile sbarrare la strada ad un cambio di strategia economica che rappresenterebbe la sua più grande vittoria (vedi le aperture di van Rompuy): o l’Ue cambia o non si salva è uno slogan che non lascia molti margini alla fantasia. Anche su questo terreno la britzkrieg renziana crea più di un allarme a Berlino.

Che si tratti dell’unico piano di battaglia possibile lo dimostra anche la prontezza con cui tutto il centrosinistra si è allineato. Mario Monti rivendica addirittura un’identità di linea politica, convinto che quella del presidente del Consiglio sia più una visione centrista che di sinistra. E’ un interrogativo che si allarga a Scelta civica, travolta dalle urne e incerta tra l’ingresso in questo Pd e una strategia di fiancheggiamento. Più in difficoltà il Nuovo centrodestra che, con Alfano, ribadisce di voler incarnare l’anima moderata della coalizione. Il leader del Ncd fa sapere che il ministro Lupi non lascerà il governo (troppo rischioso un rimpasto dalle incerte prospettive per i centristi) e si dice sicuro che la scelta ”lepenista” di Forza Italia aprirà agli ex berlusconiani una prateria nell’elettorato di centrodestra.

In realtà il ciclone renziano ha travolto i tradizionali punti di riferimento. Lo stesso Berlusconi è incerto sulla strada da imboccare: da un lato cerca l’intesa con la Lega, firmando due dei suoi referendum per resuscitare l’asse del Nord; dall’altro si rende conto che una compagnia troppo sbilanciata a destra rischia di favorire ancora di più il moderatismo renziano. Il Cav ha anche il problema della rifondazione: di successione bisognerà prima o poi parlare, ma il vecchio establishment non approva la sua decisione di uno ”scouting” tra le giovani leve. Ed è pure diviso sull’ipotesi di affidare tutto alle primarie.

Pericoli speculari li corrono Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Il tandem alla guida del M5S è stato gelato dal documento interno che in pratica mette sotto accusa la gestione della campagna elettorale e persino la scelta degli strumenti di comunicazione fin qui esclusiva della tolda di comando. Brucia la conclusione che i grillini ”non sono da governo”, ma preoccupa anche il crescente malessere che serpeggia tra i parlamentari. Un clima a cui c’è chi vorrebbe reagire con il metodo delle espulsioni, rivelatosi fallimentare agli occhi dell’opinione pubblica. Ma soprattutto i 5 stelle rischiano di implodere sul terreno minato del rapporto con la destra europea: a molti non è piaciuto il sondaggio compiuto da Grillo con Nigel Farange. Ed è qui che viene a galla il problema più grande del M5S, l’eterogeneità della sua base elettorale. Finora Grillo è stato abile a mantenersi equidistante, ma nel momento in cui si comincia a parlare di alleanze rischia di saltare tutto: perché in Europa sì e in Italia no? E soprattutto perché con la destra e non con la sinistra? Le contraddizioni vengono al pettine.

Pierfrancesco Frerè

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