Inchiesta Mose: ondata arresti a Venezia, anche sindaco

Pubblicato il 04 giugno 2014 da redazione

VENEZIA. – L’ondata che travolge Venezia questa volta non è di marea, ma di arresti. Manette eccellenti a politici di primo piano e funzionari pubblici, fatte scattare dai magistrati che da tre anni seguono il sistema di fondi neri, tangenti e false fatture con cui, sostengono, si teneva in piedi il sistema di appalti collegati al Mose, l’opera colossal – 5 miliardi di euro – che entro il 2017 proteggerà la città dalle acque alte. Nella rete delle indagini della Guardia di Finanza, dopo gli arresti dell’ex manager della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, sono finiti pesci ancora più grossi: il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, vicino al Pd, posto ai domiciliari, l’attuale assessore regionale alle infrastrutture, Renato Chisso (Fi), il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, gli ex presidenti del Magistrato alle Acque (emanazione del Ministero dei lavori pubblici) Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. I magistrati hanno disposto il sequestro di beni nella disponibilità degli indagati per 40 milioni. Sul fronte politico fanno scalpore due nomi scritti nell’ordinanza del Gip Alberto Sacaramuzza: l’ex governatore veneto ed ex ministro Giancarlo Galan, deputato di Forza Italia, da sempre vicino a Berlusconi, e l’eurodeputata uscente Lia Sartori (Fi). Le richieste di autorizzazione all’arresto sono state inviate alle competenti commissioni parlamentari. Intanto il Movimento 5 stelle attacca a 360 gradi, mentre il ‘partito dei sindaci’ difende Orsoni. Incredulità è trapelata dal Pd. Cautela tra i ‘garantisti’ di Forza Italia. Sono 35 le persone raggiunte dai provvedimenti cautelari: 25 in carcere, 10 ai domiciliari. Devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale. A loro si aggiunge un ‘esercito’ di 100 indagati: funzionari pubblici, addetti alle segreterie dei politici, imprenditori grandi e piccoli, dipendenti di aziende e coop che accedevano alla ‘spartizione’ degli appalti del Mose accettando il gioco dei fondi neri e delle fatture gonfiate, per pagare politici di centrodestra e centrosinistra. Un sistema del quale, secondo i pm del pool della Dda di Venezia – Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini – era “grande burattinaio” l’ex capo del Cvn, l’8oenne Giovanni Mazzacurati, che dopo aver ottenuto i domiciliari aveva raccontato tutto alla Procura. Nell’ordinanza il Gip non fa sconti neppure ad amministratori e funzionari dello Stato. Come l’ex generale Spaziante, i dirigenti del magistrato delle acque Cuccioletta e Piva, l’assessore Chisso, che “per anni e anni – scrive – hanno asservito totalmente l’ufficio pubblico che avrebbero dovuto tutelare agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionate di benefici personali di svariato genere”. Solo a Spaziante, per ammorbidire i controlli fiscali sul Consorzio, erano stati promessi 2,5 milioni di euro, poi ridotti a 500mila, somma divisa con l’ex consigliere politico dell’ex ministro Tremonti, Marco Milanese, e con il finanziere vicentino Roberto Meneguzzo. Ad un altro indagato eccellente, il magistrato della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone, sarebbe stato garantito uno ‘stipendio’ annuo di 3-400mila euro, “per compiere atti contrari ai suoi doveri”. L’ondata di arresti è una frustata morale per una regione che ora teme di diventare l’emblema di una nuova Tangentopoli, come ha prefigurato il Procuratore aggiunto Carlo Nordio. Lo shock è racchiuso sostanzialmente in due nomi: Galan, che in Veneto ha dettato legge per 15 anni, e oggi è passato al contrattacco – “mi riprometto di difendermi a tutto campo nelle sedi opportune con la serenità ed il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita” – e Orsoni, il sindaco del centrosinistra che a Ca’ Farsetti era subentrato nel 2010 a Massimo Cacciari. Orsoni, avvocato, è accusato di finanziamento illecito per 110mila euro – in tre tranche – ricevuti da aziende che lavoravano per il Mose e avrebbero creato la provvista con false fatturazioni. Un sistema malato che i magistrati hanno passato al setaccio in 711 pagine di ordinanza. Solo la ‘Mantovani’ avrebbe creato fondi neri per 20 milioni di euro. In questa terza fase dell’inchiesta, i magistrati hanno scoperto altri 25 milioni di false fatture. Un pozzo nero di cui si fatica a vedere il fondo. (Michele Galvan/ANSA)

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