Scossa Draghi.Ultima carta prima di acquisto bond

FRANCOFORTE. – Mario Draghi, il presidente della Bce trovatosi a fare il pompiere degli incendi dell’Eurozona e a giocare uno scomodo ruolo da politico europeo di alto rango, avrebbe preferito non arrivare a questo punto. Ma in un’Eurozona senza un vero governo economico, salvo appunto la politica monetaria della Bce, tocca ancora una volta alla banca centrale tirare fuori dalle secche i Diciotto Paesi dell’euro, in un ripetersi della crisi del debito fermata appena due anni fa. Questa volta si tratta dello spettro della deflazione. Usciti dalla febbre dello spread ma ancora nella morsa della stagnazione, i Paesi dell’area Sud e in certa misura anche la Germania viaggiano ormai con un’inflazione flebile, allo 0,5% a maggio, che oggi ha fatto abbassare la stima Bce per l’intero 2014 ad un mero 0,7%: ennesima revisione al ribasso e meno della metà del quasi 2% fissato nello statuto di Francoforte. Il rischio è che i prezzi, per dirla con Draghi, finiscano in una spirale negativa assieme ai consumi e agli investimenti, con imprese e famiglie che rinviano ogni spesa in attesa di poter risparmiare ancora di più. E’ lo scenario Giapponese, in cui l’ Eurozona ancora non si trova ma da cui deve tenersi alla larga: riporterebbe una probabile recessione, piomberebbe le banche già traballanti nel baratro. Inutile puntare il dito su un colpevole. C’è una crisi dei consumi, su cui pesano forti debiti privati in mezza Europa ma anche la scelta di un’ austerity fatta di risanamento basato sulle tasse piuttosto che sui tagli di spesa. C’è una congiuntura globale in cui i prezzi di petrolio e materie prime alimentari sono insolitamente bassi. C’è il paradosso di un euro forte, nonostante le debolezze europee, dovuto alla svalutazione competitiva di fatto realizzata da Giappone e Stati Uniti, con il primo che sta di fatto esportando la propria deflazione verso le sponde europee. C’è, soprattuto, il non governo economico dell’ Europa, con le capitali che non cedono poteri al centro, e l’assenza di riforme concordate. Il risultato è il rischio di un’implosione. Che metterebbe a rischio l’ euro appena salvato dal ‘whatever it takes’, l’impegno a ogni costo di Draghi fatto due anni fa che scoraggiò i mercati dal puntare su una disintegrazione dell’Unione monetaria. E anche se non c’è una bacchetta magica, un proiettile d’ argento, sicuramente è Draghi ad avere in mano lo strumento più immediatamente efficace. Quello di una politica monetaria che rimetta in moto il volano delle aspettative, partendo dall’inflazione nella scommessa che le aziende investano, assumano, i consumi riprendano, la crescita torni. E che, nel frattempo, i governi si muovano, come ha rimarcato oggi Draghi. E’ in questa congiuntura che oggi la Bce ha lanciato il suo nuovo arsenale, un “pacchetto” fatto di cinque piani d’intervento: taglio dei tassi ormai vicini allo zero; tassa (in forma di tasso negativo) sulle banche che parcheggiano soldi alla Bce anziché prestarli,;400 miliardi di euro di prestiti alle banche condizionati al loro concedere credito all’economia reale; via all’acquisto degli ‘Abs’, cioè i titoli che impacchettano prestiti a imprese e, in misura molto minore perché sono esclusi i mutui, famiglie; nuova, ulteriore proroga delle aste di liquidità a ‘rubinetto’, cioè illimitata e a tasso fisso. “E’ state un altro momento in stile ‘whatever it takes'”, dice Carsten Brzeski, capo economista di ING-DiBa, riferendosi all’annuncio fatto da Draghi che nel 2012 salvò l’euro dalla crisi degli spread di Italia e Spagna. Draghi – dice l’economista – “ci ha messo dentro tutto quello che poteva”. Non è scontato che funzioni. Marco Valli, capo economista di Unicredit per l’Eurozona, ritiene le misure “un’azione decisa”, ma avverte anche che “non si tratta di un game changer”, un proiettile d’argento in grado di risolvere tutti i problemi. Il piano sugli Abs, in particolare, rischia di fermarsi ad alcune decine di miliardi di euro, stretto fra le normative internazionali che penalizzano le cartolarizzazioni europee e un sistema bancario fragile e alle prese con gli stessi stress test della Bce. I maxi-prestiti alle banche, già usati a cavallo fra il 2011 e il 2012, non hanno fatto la differenza. Questa volta saranno condizionati all’erogazione di prestiti all’economia reale, ma le banche potrebbero cercare di approfittarne, anche se la Bce promette vigilanza contro il loro reimpiego in titoli di Stato o per alimentare bolle speculative. E’, del resto, l’ultima carta da giocare prima che Draghi sia costretto a fare come la Fed e, appunto, la Banca del Giappone, mettendosi a comprare titoli di Stato per creare moneta nell’ ordine dei 1.000 miliardi di euro. Lo stesso consiglio Bce, nonostante le resistenze tedesche, ci ragiona: “è una delle opzioni”, spiega Draghi, aggiungendo che “non è ancora finita”. Un arsenale che è potenzialmente illimitato, se solo la politica monetaria potesse fare da sé la crescita. E’ il motivo per cui, ancora una volta, la parola tocca ai governi, chiamati a rendere economicamente gestibile, e il più breve possibile, l’uscita di una parte dell’Eurozona, il Sud, da un decennio di benessere al di sopra delle proprie possibilità. E un’altra, il Nord, legata a un modello economico basato sul surplus commerciale che ha fatto dell’euro il vaso di coccio fra due vasi d’acciaio, dollaro e yen. (dell’inviato Domenico Conti/ANSA)