Renzi rinvia ma rilancia: ipotesi Daspo per imprenditori

ROMA. – Un intervento ‘chirurgico’, con norme mirate. E una stretta alla corruzione agendo sui due fronti: la politica e le imprese. E’ un pacchetto organico, quello in preparazione a Palazzo Chigi dopo le inchieste su Expo e Mose. Non un intervento emergenziale, perché la corruzione è, come sottolinea anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, un “fenomeno endemico” che non può essere risolto, è convinto Matteo Renzi, soltanto cambiando le regole a ogni nuovo episodio. Ma un intervento è possibile, per migliorare le norme esistenti. E venerdì prossimo in Cdm prenderà probabilmente la forma di un decreto e di un ddl anticorruzione. Questa volta ha preferito rallentare il passo, il premier. E prendere qualche giorno in più per studiare con gli uffici legislativi le soluzioni normative più efficaci. Il pacchetto che include un decreto con i poteri dell’autorità nazionale presieduta da Raffaele Cantone e un ddl anticorruzione (con falso in bilancio e autoriciclaggio) dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio dei ministri tra una settimana, in contemporanea con la riforma della P.a. Il varo è “imminente”, conferma il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nel merito delle norme, fonti di palazzo Chigi spiegano che diverse ipotesi sono ancora al vaglio. Inclusa quella di introdurre una sorta di ‘Daspo’ da uffici e appalti pubblici non solo per i politici, come auspicato da Renzi, ma anche per gli imprenditori. Si tratterebbe, in particolare, di rafforzare le norme che già esistono. E intervenire anche sulle regole per gli appalti. Rivedendo ad esempio, suggerisce Francesco Boccia, il criterio del massimo ribasso nelle gare. Mentre Franco Roberti sollecita più in generale un intervento sulla prescrizione: “Decidetevi a modificarla”, dice chiaro e tondo. Quanto agli scandali Expo e Mose, Cantone ribadisce che è “molto difficile” pensare di intervenire a revocare gli appalti delle aziende incriminate. Mentre per il futuro, dice il magistrato, si potrebbe “imporre una regola per la quale chi si macchia di corruzione non possa continuare ad ottenere appalti”. Più in generale Cantone, senza polemizzare con il protrarsi dei tempi, chiede di “poter fare”: avere i poteri per intervenire sull’Expo e più in generale far funzionare l’autorità che presiede, ma di cui devono ancora essere nominati i commissari. “Il mio posto in Cassazione è sempre disponibile”, dice. Ma aggiunge: “Sono convintissimo al 100% che mi daranno la possibilità di fare bene”. I suoi poteri, aggiunge però, non si estenderanno al Mose: “Non è che ogni emergenza necessita di un commissario. I tempi non sono stretti come per l’Expo”. Chi polemizza con il governo è il presidente della Lombardia Roberto Maroni: “E’ incomprensibile, Renzi si è addormentato”. “Solo proclami e niente fatti”, accusa anche il Movimento 5 Stelle. Ma la necessità di prendersi il tempo che serve per fare bene, prevale su tutto, ribadiscono da palazzo Chigi. Così come la necessità di processare e condannare corruttori e corrotti, non può voler dire bloccare le opere: “Fermare il Mose provocherebbe un danno gravissimo e certo con effetti economici di elevata entità”, dice il sottosegretario Del Basso De Caro. Intanto, mentre il gruppo Pd alla Camera organizza un seminario sulle misure organiche su appalti e contrattazione pubblica, il vicesegretario Debora Serracchiani riafferma che “il nuovo Pd non fa sconti a nessuno sulla legalità”. E una piccola polemica riemerge dal passato. Dall’anno 2006, quando il governo guidato da Romano Prodi diede il via libera al Mose, con un voto a maggioranza e la contrarietà di Fabio Mussi, Paolo Ferrero e Alfonso Pecoraro Scanio. “Trovo singolare – dice adesso Prodi – che invece di prendersela con chi si è lasciato corrompere, ce la si voglia prendere con chi ha consentito un’opera fondamentale”. (Serenella Mattera/ANSA)

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