La giornata politica: il voto di domenica segna la fine delle rendite di posizione

Pubblicato il 09 giugno 2014 da redazione

ROMA. – I ballottaggi hanno confermato quello che si sospettava dopo il voto delle europee: il 25 maggio non ha vinto tanto il Pd quanto la rottamazione renziana. Vale a dire una richiesta forte di cambiamento che riguarda tanto la sinistra quanto la destra. Richiesta che Matteo Renzi ha saputo incarnare alla perfezione. E’ questo il senso implicito delle dichiarazioni del premier da Hanoi, dove è in visita per promuovere accordi commerciali con il Vietnam (seguiranno Cina e Kazakhistan): il voto di domenica segna la fine delle rendite di posizione. Ad accusare il colpo soprattutto il centrodestra, sconfitto in quasi tutto il Nord, cioè l’area di provenienza di Giovanni Toti e Alessandro Cattaneo, gli uomini ai quali Silvio Berlusconi vorrebbe affidare il rinnovamento di Forza Italia. Le vittorie di Padova, Perugia e Potenza sono merito di personaggi lontani dall’inner circle del Cavaliere: il leghista Bitonci, che si richiama all’immagine del suo segretario Matteo Salvini (l’uomo che nel centrodestra ha superato in popolarità tutti, anche il Cav), un esterno come Andrea Domizi, il candidato di Fratelli d’Italia Dario de Luca. Toti ammette che per Fi c’è ormai una questione settentrionale: non esiste più quella cassaforte di voti che ha fatto le fortune degli azzurri; attribuirne la colpa al doppio turno o alla pigrizia dei moderati è solo un modo per aggirare il problema. Il fatto è che non si vede un programma comune del centrodestra. Le divisioni interne sono sempre più profonde. Roberto Formigoni invoca un forte ripensamento e Laura Ravetto, incaricata di preparare le primarie, pensa di ”ripartire dalla base”, senza tuttavia indicare su quali contenuti. Non che i democratici possano sottovalutare la caduta di roccaforti storiche come Livorno e Perugia. La prima per Enrico Letta costituisce addirittura un caso che merita una riflessione nazionale. Tuttavia è difficile negare che il Pd è uscito sconfitto proprio laddove la rivoluzione renziana ha faticato di più ad imporsi. Le preoccupazioni del vecchio establishment, che non accetta di essere messo sotto processo, la dicono lunga sulla battaglia che si apre nel partito. I numeri parlano chiaro: il Pd a trazione renziana ha conquistato il 60 per cento dei comuni oltre i 15.000 abitanti, conferma il trend positivo laddove riesce a catturare quello che Nichi Vendola definisce un elettorato ”liquido” il quale promuove le città dove respira aria nuova o altrimenti guarda altrove. Pierluigi Bersani vede affacciarsi un tripolarismo che rischia di situare il Pd ”solo contro il mondo”. Teme la potenziale deriva di un grillismo che in alcune realtà è sorretto dai voti della destra. Ma in fondo è quello che si registra anche sullo scenario europeo dove Beppe Grillo sta preparando un nuovo incontro con Nigel Farange il quale non sarà un estremista ma non è nemmeno uomo di sinistra. La vittoria dei 5 Stelle a Livorno, Civitavecchia, Bagheria è un tonico che per ora sopisce le polemiche interne in attesa di vedere che cosa dirà la rete delle trattative del leader con l’Ukip inglese. Tuttavia la tensione resta, proprio perché il tramonto delle ideologie apre la strada a scomposizioni impensabili fino a pochi anni fa. Il Rottamatore lo ha capito meglio e prima di altri, per esempio archiviando l’antiberlusconismo che era stato per anni la palla al piede della sinistra italiana. Il suo taglio pragmatico alla Blair lo porta ad aggirare le discussioni di puro posizionamento e a puntare le carte sulle cose concrete, cercando convergenze con l’opposizione. Al suo rientro in Italia è pronto a varare il tanto atteso provvedimento anticorruzione e a riprendere i negoziati sulle riforme: non lo preoccupa il tramonto delle formule (come il Patto del Nazareno, dato per morto dai berlusconiani) quanto il confronto sul merito dei problemi. E’ quello che chiede anche la gente, come si è visto con il voto delle amministrative. (di Pierfrancesco Frerè/Ansa)

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